lunedì 31 ottobre 2016

Oranssi Pazuzu – Värähtelijä


Oranssi Pazuzu – Värähtelijä 
(Svart Records, 2016)

Gettarsi nel caos di Värähtelijä significa lasciar cadere qualsiasi bussola razionale nell’abisso, perdere ogni orientamento, e affrontare il proprio spazio interiore. Gli Oranssi Pazuzu ci invitano a intraprendere un viaggio tanto impegnativo quanto spaventoso, alla ricerca di quegli angoli oscuri che dimorano in noi, e che solo nei sogni (e negli incubi) si manifestano. La nave che utilizziamo per compiere questa Odissea è una musica che nasce nelle foreste finlandesi, e di quelle trasmette il gelido e misantropo vento del black metal, ma poi ben presto solca lo spazio profondo, con un desiderio di esplorazione dell’ignoto che ricorda quello dei corrieri cosmici tedeschi degli anni '70. Con il loro quarto disco gli Oranssi Pazuzu fanno fluttuare gli arpeggi dissonanti, le grida e le melodie acide del black metal più sperimentale (vedi Xasthur o Blut Aus Nord) in una tempesta psichedelica. Ansimanti onde sonore ingoiano i brani, con una sensibilità ai limiti dello shoegaze più rumoroso (grazie anche alla produzione di Julius Mauranen), e contribuiscono a rendere senza uscita il labirinto nel quale ci troviamo. Ipnotizzati da ritmi ossessivi e da continui echi, senza saper come abbiamo fatto ad arrivare fino a questo punto, ci ritroviamo al di là dei confini conosciuti. Gli Oranssi Pazuzu ci hanno condotto in un non-luogo in cui la perfetta risonanza delle diverse componenti necessita di coraggio e desiderio di ricerca per essere percepita. Sia che si parli dell’Io più profondo e del suo rapporto con l’Universo, sia che si parli semplicemente di musica. Capolavoro.
[R.T.]
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Oranssi Pazuzu – Värähtelijä 
(Svart Records, 2016)

Throwing ourselves into the chaos of Värähtelijä means to drop any rational compass into the abyss, to lose every sort of orientation and to face our own inner space. Oranssi Pazuzu invite us to take such a demanding and scary journey, in search of those dark corners dwelling inside ourselves, and that only in dreams (and nightmares) manifest themselves. The ship we use to take this Odyssey is a music that was born in the Finnish forests, and it transmits their cold and misanthropic black metal wind, but then it quickly sails the deepest space with the desire to explore the unknown in the same way of 70s German cosmic couriers. With their fourth album Oranssi Pazuzu make the most experimental black metal (Xasthur or Blut Aus Nord) dissonant arpeggios, screams and acid melodies float in a psychedelic storm. Panting sonic waves swallow the songs with a sensibility close to the most noisy shoegaze (also thanks to Julius Mauranen production) and they help to make without exit the labyrinth in which we find ourselves. Hypnotized by obsessive rhythms and constant echoes, without knowing how we did get to this point, we find ourselves beyond known boundaries. Oranssi Pazuzu led us in a non-place where the perfect resonance of the different components requires courage and desire to research to be perceived. And this is true whether you consider the deepest ego and its relationship with the universe, whether you simply consider musical aspects. Masterpiece.
[R.T.]

giovedì 27 ottobre 2016

Desertfest Antwerp 2016 – Day 3

 

Desertfest Antwerp 2016 – Day 3
[Goat + Uncle Acid & The Deadbeats + Duel + Earth Ship + Moaning Cities + Josefin Öhrn & The Liberation]

Sunny Afternoon è il titolo di una canzone di Josefin Öhrn & The Liberation. E in effetti un Sole primaverile penetra dalle vetrate del Vulture Stage in questo terzo pomeriggio di festival, accarezzando gli spettatori così come la musica della band sul palco. Il dream pop psichedelico del gruppo, per quanto lieve e delicato, dal vivo dimostra un’energia elettrica imprevista e assolutamente gradita. La sognante voce di Josefin è infatti circondata dal groove caldissimo del basso e dalle distorte scosse di chitarra, che rendono più calda e valvolare una musica che su disco suona più sintetica e più vicina all’indie intellettualoide. Piacevole scoperta, perfetta per iniziare la lunga giornata di concerti.

Si continua sul versante psichedelico, sul Desert Stage, con i Moaning Cities. Il gruppo belga si presenta con un’intro d’atmosfera - fra piatti suonati con le mani e lunghe note sospese. Il respiro cosmico si tramuta presto in un rock psichedelico a tratti sciamanico, a tratti movimentato, a metà strada tra Doors e Velvet Underground, vicinissimo alle sonorità dei Black Angels. La sessione ritmica - tutta al femminile - è pulsante e solida ed è l'intelaiatura ipnotica per le nervose sciabolate di chitarra, a tratti perfino riconducibili ai Sonic Youth (ed anche l’intreccio delle due voci - maschile e femminile - riporta alla mente la band di NY). Interessanti anche i richiami melodici orientaleggianti, che lasciano spazio anche al sitar. Band interessante e che regala davvero un gran bel live!

Cambio di atmosfera nel Canyon Stage. I tedeschi Earth Ship sono una macchina da guerra che propone un titanico sludge metal, mitigato soltanto da qualche inserto melodico del cantante-chitarrista. Compatti, possenti e putridi come il genere richiede, inanellano riffs carichi di groove e potenza. Un vero peccato dover rinunciare alle ottime linee vocali sdoppiate in stile Alice In Chains - presenti su disco, ma non riproposte dal vivo (infatti il microfono è esclusivamente affidato all’ugola del chitarrista, peraltro molto bravo nell’alternanza growl e voce pulita). Mezzora di grezza violenza per spezzare l’atmosfera onirica indotta dalle band precedenti.

La scarica elettrica più forte della tre giorni la regalano i Duel - sul Canyon Stage. La musica della band texana è un serpente a sonagli che scivola sinuoso tra possenti rocce stonerose sotto le quali si snodano gallerie scavate in profondità nel rock americano degli anni 70. Il sonaglio vibra a ripetizione per avvertirci che i rari momenti di quiete saranno necessariamente seguiti da assalti roventi. Non c’è tempo per la siesta. Il loro concerto è un concentrato di adrenalina, tra duelli chitarristici e hard blues infuocato, in cui i 4 musicisti danno tutti loro stessi (nonostante abbiano guidato tutta la notte per raggiungere il Belgio!). Sei mesi dopo il (superbo) concerto di Castellina Marittima, i Duel dimostrano di essere cresciuti ulteriormente - e non di poco! - sia per compattezza che per fluidità. Una musica trascinante con un sottile velo oscuro e psichedelico che raggiunge il suo apice nella conclusiva Locked Outside, in assoluto tra i brani più coinvolgenti della 3 giorni. Grandiosi!

Tempo di birra, cibo e chiacchere all'aperto. Dopodiché rientriamo nel Desert Stage per uno dei concerti più attesi: quello degli Uncle Acid & The Deadbeats. La Luna piena illumina una gigantesca montagna innevata e, in basso, un piccolo paese dorme ignaro del destino che lo attende. Questa immagine, sottilmente inquietante, è il biglietto da visita, proiettato alle spalle dei musicisti. La discesa agli inferi inizia con Mt. Abraxas e prosegue con brani tratti da tutti e quattro gli album della band (in particolare The Night Creeper e Blood Lust). Possenti e potenti, la musica del quartetto inglese risulta decisamente più pesante che su disco, senza però perdere le sfumature chiaro/scure e polverose garage doom (e nonostante il suono del basso e della cassa della batteria sia a tratti eccessivamente alto e martellante). La voce strisciante di Kevin Starrs si fonde alla perfezione con i cori, disegnando melodie allucinate e stranianti, contribuendo a generare una sensazione di ansia palpabile come se un sinistro presagio incombesse sull’apparente normalità. Sembra di essere in un racconto di Lovecraft: cosa desiderare di più?

Dopo l’ultimo viaggio nei meandri bui del festival, concludiamo la nostra tre giorni "con il lieto fine": lo spettacolo colorato e un po’ folle dei Goat. Gli svedesi si presentano sul Desert Stage freschi freschi di pubblicazione del nuovo disco (Requiem). Con tutto l’armamentario di assurdi costumi di scena (rinnovati rispetto al tour precedente) portano in scena la loro surreale danza psichedelica - improbabile miscela delle culture più disparate, in cui vengono centrifugate melodie mediorientali, funky da B movie anni 70, ritmi africani, flauti sudamericani, grida da giungla profonda e acid rock. E’ un giro del mondo al di fuori di qualsiasi "logico" itinerario, alla ricerca di suoni e atmosfere che mai hanno convissuto, ma che insieme generano energia positiva. Il ritmo è trascinante, e l’attenzione che la band pone alle divagazioni strumentali coinvolge ancor di più rispetto al passato, dimostrando quanto il gruppo sia cresciuto dai tempi in cui replicava in modo fedele le registrazioni in studio. Vocalmente più controllate e precise che in passato, le due cantanti sono ancora più irruente per quanto riguarda la loro opera di intrattenimento del pubblico, basata su balli asincroni e insensati. Una festa completamente fuori di testa, divertentissima e assolutamente necessaria per poter affrontare con spirito positivo il "dramma" rappresentato dalla conclusione del festival e il nostro conseguente rientro a casa, in attesa che venga annunciato il bill della prossima edizione.
[E.R.+R.T.]

 
 
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Desertfest Antwerp 2016 – Day 3
[Goat + Uncle Acid & The Deadbeats + Duel + Earth Ship + Moaning Cities + Josefin Öhrn & The Liberation]

Sunny Afternoon is the title of a song by Josefin Öhrn & The Liberation. Indeed, in the third afternoon of the festival, a vernal sunlight shines through the windowpanes of the Vulture Stage caressing the audience as well as the music of the band on stage. Light and delicate, their psychedelic dream pop shows an unexpected and absolutely welcome electric energy in the live dimension. Josefin dreamy voice is indeed surrounded by the bass hot groove and the guitar distorted shocks making their music more rock-oriented while on record it sounds more synthetic and closer to highbrow indie-pop. Pleasant surprise, perfect start for this long day of concerts.

Again psychedelic shores, on the Desert Stage, with Moaning Cities. Atmospheric intro - cymbals played with the hands and long hanging notes - for the Belgian band. The cosmic breath is quickly transformed into psychedelic rock, at moments shamanic, at moments lively, halfway between The Doors and The Velvet Underground, very close to The Black Angels sound. The all female rhythm section is pulsating and solid and it is the hypnotic frame for guitar nervous slashes, sometimes even reminiscent of Sonic Youth (also the intertwining of the two voices - male and female - recalls the band from NY). Interesting even the references to Oriental melodies - and there is space for  sitar, too. Awesome band, great live!

Change of atmosphere in the Canyon Stage. German Earth Ship are a war machine offering a titanic sludge metal, barely mitigated by some melodic inserts of the singer-guitarist. Compact, powerful and rotten as the genre requires, they release a sequence of riffs full of groove and power. A real shame to have to give up the excellent doubled vocals in Alice In Chains style - in fact the microphone is exclusively entrusted to the guitarist, anyhow brilliant in the alternation of growls and clean vocals. Half an hour of raw violence to break up the dreamlike atmosphere induced by the previous bands.

The strongest electric shock of the three days is that one performed by Duel – on Canyon Stage. The music of the Texan band is a rattlesnake sinuously gliding between mighty stoner rocks under which there are tunnels deeply digged into 70s American rock. The rattle repeatedly vibrates to warn that the rare quiet moments will necessarily be followed by inflamed assaults. There is no time for siesta. Their live show is a blend of adrenaline, guitar duels and burning hard blues, where the four musicians give all of themselves (despite having driven through the night to be here!). Six months after the (superb) concert in Castellina Marittima, Duel prove to be grown further - and quite considerably! - for both compactness and fluidity. A captivating music with a thin dark and psychedelic veil that reaches its climax in the final Locked Outside, absolutely one of the most engaging songs of the festival. Great!

It’s time for beer, food and chats outdoors. Then we go back to the Desert Stage for one of the most anticipated concerts: Uncle Acid & The Deadbeats. A full moon illuminates a giant snowy mountains and right below a small town sleeps unaware of the doom that awaits it. This  subtly disquieting image is the business card projected behind the musicians. The descent into hell begins with Mt. Abraxas and continues with excerpts from all their four albums (above all The Night Creeper and Blood Lust). Mighty and powerful, the music of the English quartet sounds much heavier than on record, without losing the typical light and dark and dusty shades of their garage doom (even though the sound of the bass and the kick drum is sometimes excessively high and pounding). Kevin Starrs creepy voice blends perfectly with the choruses, drawing hallucinated and estranging melodies, creating a feeling of palpable anxiety as if a dark omen was looming on the apparent normality. It seems to be in a short story by Lovecraft: do you wish for something more?

After the last trip in the dark mazes of the festival, we conclude our three days "with a happy ending": the colourful and a bit crazy Goat show. A brand new album (Requiem) for the Swedes and with all the paraphernalia of absurd costumes (renewed from the previous tour) they bring onto the Desert Stage their surreal psychedelic dance, unlikely mixture of many different cultures - Middle Eastern melodies, 70s-B-movie-like funky, African rhythms, South American flutes, cries from deep jungle, krautrock and acid rock. It’s an “Around the world” outside of any "logical" route, in search of sounds and atmospheres that have never lived together, but that together generate positive energy. The pace is rousing, and the attention on the instrumental digressions involves us even more than in the past, showing how much the band has grown up from the days of the ultra-faithful replicas of studio recordings. Vocally more controlled and accurated than in the past, the two singers are even more vehement in their audience entertainment, based on asynchronous and senseless dances. A completely nuts and hilarious party, absolutely necessary to deal with the  "drama" represented by the conclusion of the festival and our subsequent homecoming...waiting for the bill of the next edition.
[E.R.+R.T.]

 

  

 

 








lunedì 24 ottobre 2016

Desertfest Antwerp 2016 - Day 2


Desertfest Antwerp 2016 – Day 2
[Pentagram + Weedeater + Colour Haze + Årabrot + Giöbia + Purson + Wolvennest]

Dopo la pioggia della sera prima, un bel Sole primaverile ci accoglie nel giardino del Trix, in questa seconda giornata di Desertfest. Ma il Sole non splende certo dentro al Canyon Stage - palco situato al secondo piano, dall’aspetto di una discoteca rock piuttosto oscura - dove i Wolvennest inaugurano la nostra giornata musicale con un mix di darkwave, black metal atmoferico e psichedelia. Candelabri e teschi addobbano il palco, mentre i fumi dell’incenso invadono la stanza. Un colpo di teatro che richiama esplicitamente l’immaginario black metal, anche se la band belga utilizza le atmosfere glaciali del genere in combinazione con ritmiche rallentate, effetti spaziali e voci degne della darkwave più eterea. Al centro del palco, l’ipnotica presenza della cantante (nonché addetta a synth e tastiere) è il punto di convergenza della tempesta generata da 3 chitarre, perfettamente calibrate e avvolgenti. Una sorpresa decisamente affascinante che richiama i Wolves in the Throne Room e gli Oranssi Pazuzu, e che dimostra quanto questo festival non si limiti soltanto alle sonorità prettamente stoner e doom.

Con un balzo emotivo degno di un bipolare passiamo dal teatro gotico dei Wolvennest a quello colorato e gioioso dei Purson, che hanno appena iniziato ad esibirsi nel Desert Stage. Il loro rock multiforme e caleidoscopico trasmette una ventata di solarità in contrapposizione all’area plumbea respirata al piano superiore. Tecnicamente preparatissimi, i Purson si lanciano in surreali costruzioni progressive volutamente kitsch, ma mai ridondanti, anche se non così tanto psichedeliche come farebbero presagire i loro acidissimi album. Rosalie Cunningham (cantante e chitarrista) guida il gruppo lungo i suoi strepitosi saliscendi vocali, ricordando le grandi interpreti femminili di fine anni 60. A malincuore (visto che eravamo ormai rapiti dall’orgia di colori e note!) ci perdiamo gli ultimi minuti del loro concerto per passare al Vulture Stage, dove sta per esibirsi una gran band italiana.

La psichedelia dei Giöbia è completamente diversa rispetto a quella dei Purson: ipnotici brani strumentali focalizzati sul groove ossessivo di basso e batteria, su cui chitarra e synth si lasciano andare a divagazioni spaziali creando vere e proprie bolle di suono dal sapore shoegaze. Suoni decisamente migliori rispetto al concerto al Lo Fi di qualche mese fa, e una prestazione ricca di energia, inficiata solo da qualche problema tecnico su un paio di brani, nei quali sparisce la voce del cantante e il suono del suo bouzouki. La band milanese conferma di saper maneggiare il lato oscuro e ossessivo della psichedelia con naturalezza, come era balzato alle orecchie con il loro ultimo splendido album, Magnifier.

Sullo stesso palco seguono gli Årabrot. In contemporanea suonano Elder e Cough: dispiace davvero perderseli, ma i norvegesi sono una delle band che attendiamo con più trepidazione, dopo la pubblicazione dello straordinario The Gospel, e il loro concerto supererà perfino le nostre già alte aspettative. Da subito mostrano un incedere ancor più marziale che su disco, reinterpretando i brani in modo più scarno e scheletrico, e al tempo stesso più potente. Solenni come il loro post punk rumoroso richiede, ma anche folli (non solo per i copricapi assurdi che indossano, ma soprattutto per le pose e l’atteggiamento di Kjetil Nernes), sono un vero e proprio uragano in grado di catturare il pubblico con uno dei concerti più intensi dei tre giorni. Sbattuti dalle bordate dissonanti e dai rantoli di Nernes, con ancora nelle orecchie l’energia catartica di brani come Tall Man, usciamo dal Vulture Stage un po’ rapiti e sospesi, come dopo il concerto degli Yob.

La musica dei Colour Haze, nella quale ci immergiamo poco dopo entrando nel Desert Stage, è il perfetto contraltare alla prova di forza degli Årabrot. Sembra di essere entrati in una piscina termale da tanto ci sentiamo avvolti e coccolati dalle lunghe jam blues-psichedeliche della band tedesca. Dopo un inizio estremamente soft i suoni valvolari del trio mostrano tutto il loro calore, lasciandosi andare a riff desertici e sabbiosi. Lontani da qualsiasi teatralità (cui invece quest’oggi abbiamo assistito più volte), i tre suonano la musica genuina di chi non ha niente da dimostrare, ed è in pace con se stesso grazie ad una chitarra, un ampli valvolare, qualcosa da fumare e un bel panorama di libertà sterminata da contemplare. Le lunghe canzoni scorrono affascinanti, anche se prive di particolari sussulti, e lasciano solo sensazioni positive. Grande live per la band inserita in cartellone all’ultimo tuffo dopo la notizia dello scioglimento dei Graveyard.

I Weedeater (come suggerisce il nome) invece di fumare devono aver mangiato una torta con una concentrazione di hashish troppo elevata. La loro musica è infatti sporca, marcia e ubriaca (non a caso il cantante/bassista Dave “Dixie” Collins sventola continuamente con orgoglio una bottiglia di Jack Daniel’s). Il loro stoner doom fangoso odora di muffa e umidità, e la voce stridente di Dixie trasmette le cattive vibrazioni del dopo-sbornia. Nonostante siano evidentemente dei pazzi (il batterista si diletta a suonare il charleston prendendolo a calci) suonano decisamente bene. Il loro sludge basso-centrico è una sequela di riffs gonfi dal groove rallentato, molto dinamici e coinvolgenti. Solo 45 minuti di live, ma davvero bestiali!

Chiudiamo la serata andando a far visita ai nonni del doom metal. Sul Desert Stage salgono infatti i Pentagram. La lezione di storia che ci impartisce la band americana non ha niente di accademico e impolverato: infatti Bobby Liebling e Victor Griffin (i due membri storici della band) hanno energia da vendere e ancora idee da proporre - come dimostrano i brani più recenti. Liebling, oltre ad esaltare il pubblico con le sue assurde espressioni facciali e con il suo look assolutamente improbabile, ha ancora una gran voce, così come Griffin si dimostra un grandissimo chitarrista. È il tempo della rivincita: dopo anni in cui sono stati relegati nell’underground più profondo dell’heavy metal, ora viene loro riconosciuto il dovuto status di padri fondatori di uno dei generi ultimamente più in voga nell’ambito della musica pesante. Con la distruzione completa del palco e degli strumenti - in puro stile rock n’ roll! - si conclude questa seconda, intensa, giornata di festival.
[E.R.+R.T.]

 

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Desertfest Antwerp 2016 – Day 2
[Pentagram + Weedeater + Colour Haze + Årabrot + Giöbia + Purson + Wolvennest]

After the rain of the night before, on this second day of Desertfest a nice spring sun greets us in the Trix garden. But the sun does not certainly shine inside the Canyon Stage - the stage on the second floor which looks like a rather dark rock disco - where Wolvennest inaugurate our musical day with a mix of darkwave, atmospheric black metal and psychedelia. Candlesticks and skulls decorate the stage, while the incense fumes invade the hall. A coup de théâtre which explicitly recalls black metal imaginary, although the Belgian band uses the glacial atmospheres typical of that genre in combination with slow rhythmics, space rock effects and vocals worthy of the most ethereal darkwave. At the center of the stage, the hypnotic presence of the singer (as well as mistress synths and keyboards) is the focal point of the storm generated by three perfectly calibrated and enveloping guitars. A quite charming surprise, recalling Wolves in the Throne Room and Oranssi Pazuzu, and showing how this festival is not limited only to purely stoner, psychedelic and doom sounds.

With an emotional leap worthy of a person suffering from bipolar disease, we pass from Wolvennest gothic theatre to Purson colorful and joyous one, on the Desert Stage. Their multifaceted kaleidoscopic rock transmits a breath of sunshine in contrast to the oppressive air breathed upstairs. Technically faultless, Purson launch themselves into surreal progressive constructions - deliberately kitsch, but never redundant - although not as much psychedelic as their super-acid albums would suggest. Rosalie Cunningham (singer and guitarist) leads the band along her ultra-versatile resounding voice, reminiscent of the great female performers of the late 60s. Reluctantly (since we were now enraptured by the orgy of colors and notes!) we lose the last minutes of their concert to move to Vulture Stage, where a great Italian band is about to perform.

Giöbia psychedelia is completely different from Purson one: hypnotic instrumental songs focused on the obsessive groove of drums and bass, on which guitar and synth go wild in space ramblings, creating shoegaze-tasted sonic bubbles. Sounds are definitely better than those heard at Lo Fi concert a few months ago, and there is a plenty of energy, affected only by some technical problems on a couple of tracks in which - unfortunately! - vocals and sound bouzouki literally disappear. The band from Milan confirms to be able to manage the dark and obsessive side of psychedelia in the most natural way as you can hear in their last, wonderful, album - Magnifier.

Then Årabrot, on the same stage. Simultaneously Elder and Cough play on the other two stages: it is really a shame to miss their shows, yet the Norwegian band is one of those we were waiting for with more trepidation, after the release of the extraordinary The Gospel - and their live show will exceed even ours highest expectations. From the very beginning they show a pace even more martial than on record, reinterpreting their songs in a more gaunt and skeletal, yet even more powerful, way. Solemn as their noisy post-punk requires, but also crazy (not only for the absurd headgear they wear, but especially for Kjetil Nernes attitude and poses), they are a real hurricane able to capture the public with one of the most intense concerts of these three days. Beaten by dissonant shots and by Nernes death rattles, with the cathartic power of songs like Tall Man still present in our ears, we leave the Vulture Stage a little enraptured and suspended, in the same way we did after Yob concert.

Colour Haze music, in which we immerged ourselves entering Desert Stage, is the perfect counterpart to the Årabrot violent attack. It seems to be entered into a thermal pool as much we feel wrapped and cuddled by the long blues-psychedelic jams of the German band. After an extremely soft start the tube sounds of the trio show all their warmth, indulging in desertic and sandy riffs. Far away from any theatricality (which instead today we have witnessed several times), the three play the genuine music of those who have nothing to prove, being at peace with themself thanks to a guitar, a tube amp, something to smoke and a beautiful view of endless freedom to contemplate. The long songs flow fascinating and leave only positive feelings. Great live show for the band included on the bill only in the last days after the news of the Graveyard split!

Instead of smoking Weedeater (as the name suggests) did probably eat a cake with a too high concentration of hashish. Indeed, their music is dirty, rotten and drunk (the singer / bassist Dave "Dixie" Collins constantly and proudly waves a bottle of Jack Daniel's in the air). Their sludgy stoner doom smells like mildew and damp, and Dixie shrill voice transmits the bad vibrations of the hangover. Although they are obviously insane (drummer has a lot of fun in playing the hi-hat by kicking it), they play amazingly well. Their bass-centric sludge is a sequence of swollen riffs with a slow groove, very dynamic and engaging. Only 45 minutes of live, but really brutal!

We conclude the evening going to visit doom metal grandaddies. Pentagram hit the Desert Stage. The history lesson given by the American band is not academic and dusty: indeed Bobby Liebling and Victor Griffin (the two core members of the band) have got a huge amount of energy to spare and even ideas - as their most recent songs prove. Not only entertainer of the audience with his bizarre facial expressions and his absolutely unlikely apparel, Liebling still has got a great voice, as well as Griffin proves to be a great guitarist. It is the time of revenge: after years in which they were deeply confined in the underground of heavy metal world, now they are recognized as the founding fathers of one of nowadays more appreciated genres in the field of heavy music. With the complete destruction of the stage and the instruments - in pure rock n' roll style! - it ends this second (intense) day of the festival.
[E.R.+R.T.]












sabato 22 ottobre 2016

Desertfest Antwerp 2016 – Day 1


Desertfest Antwerp 2016 – Day 1
[Red Fang + Black Rainbows + Yob + Torche + Black Wizard]

Sono passati meno di 6 mesi dal Desertfest londinese, ma la sua mancanza iniziava a diventare crisi d’astinenza e non abbiamo resistito all’idea di bissare il festival, partecipando al gemello belga. Oltretutto il bill di quest'edizione era veramente qualcosa di incredibile: non potevamo proprio permetterci di perderlo! Ad Antwerp ritroviamo numerose facce già incontrate in primavera e questo ci fa capire quanto la scena heavy psych si stia sempre più consolidando. A differenza di Londra il festival non si svolge in più locali sparsi per il quartiere, bensì in un unico centro per concerti, il Trix: 3 palchi, un’ala dedicata al merchandise e un giardino all’aperto per rilassarsi e mangiare. Aereo, treno, tappa all'albergo e quattro passi per raggiungere la venue pochi minuti dopo l'apertura dei cancelli, fare una breve ricognizione del luogo e - birra in mano - prepararsi per il primo live della giornata.

La nostra tre giorni inizia dall’angolo più intimo del locale, il Vulture Stage, sorta di pub nel quale i musicisti sono ad un passo dal pubblico. I Black Wizard sono i primi ad accendere gli amplificatori ed il loro heavy metal sporcato di stoner ci stampa da subito sulla faccia il sorriso di chi si sente a casa. Energica e sudata, la loro musica mischia ad arte i fraseggi sdoppiati degli Iron Maiden e i riff possenti e sabbiosi dello stoner, senza rinnegare un’attitudine hard rock. Il suono pieno e compatto – unito ai riffs serrati – incolla il pubblico al palco e regala la migliore apertura possibile per questo festival, racchiudendo - e sprigionando - 3 delle più importanti componenti di questo festival: energia stoner, pesantezza doom e spirito “tallo”.

Il tempo di un giretto all'aperto nella "food & relax area" – dove, in mezzo ai fighissimi chioschi-furgoni, incontriamo praticamente tutti i musicisti che si esibiscono in giornata e anche qualcuno in più, come Ben Ward degli Orange Goblin – e poi ci addentriamo nel buio del Desert Stage (il palco più grande) per il live dei Torche. Ci vogliono ben tre pezzi del "vecchio corso" della band - quello più orecchiabile e meno pesante - prima di arrivare al primo estratto dal loro ultimo, splendido, album. Con Minions le sonorità si appesantiscono, i riff diventano possenti muri sonori e l'incedere diventa più magmatico – tutto questo senza abbandonare l’immediatezza melodica. Anche se le distorsioni non raggiungono i livelli mastodontici toccati in studio con Restarter (e la voce di Steve Brooks non è sempre perfetta), l’impatto e il tiro della band sono a dir poco travolgenti, a tratti letteralmente schiaccianti (Annihilation Affair). La seconda parte del loro set si incentra sui brani più dirompenti e, dal nostro punto di vista, la scelta è vincente… gran bel live! 

L'apice della giornata viene raggiunto in quell'ora di assoluta catartica potenza in cui suonano gli Yob. Il trio dell’Oregon sprigiona una forza sovrannaturale. Si viene ad un tempo travolti, storditi e poi risollevati dal fluire mastodontico della loro musica, in perfetto equilibrio tra rozzezza viscerale e atmosfere spirituali. Pesantissimi, melmosi e avvolgenti, ipnotizzano il numeroso pubblico con una prestazione memorabile, esaltata da suoni magistrali. Così come ogni singola nota suonata dalla band, ogni singola parola che esce dalla gola di Mike Scheidt - sia essa un growl fangoso, uno stridore allucinato o un passaggio melodico - è semplicemente perfetta. I quasi 20 minuti di Marrow sono straordinari tanto quanto i migliori Neurosis, confermando quanto il loro ultimo album (Clearing the Path to Ascend) sia un autentico capolavoro. Non è possibile parlare del loro concerto senza esaltarsi!

Dopo un’esperienza così sconvolgente, che svuota il corpo di tutta l’energia e riempie la mente di torpore estatico, sembra davvero di essere atterrati su un altro pianeta quando ci spostiamo nel Vulture Stage per assistere alla seconda parte del concerto dei Black Rainbows. La piccola sala è davvero affollatissima e ci intrufoliamo un po’ a fatica sulle prime note di The Prophet, in un’atmosfera satura di fuzz, stoner e space rock. L’aria del Vulture Stage è davvero elettrica ed il gruppo è carico a mille (quasi un’altra band rispetto al pur gran bel concerto sentito qualche mese fa in Toscana). I brani si dilatano in lunghi e infuocati assoli, e se nell’ipnotica Cosmic Picker sentiamo un po’ la mancanza dell’abbondante reverb sulla voce di Gabriele Fiori, la conclusiva Black to Comm (degli MC5) è lo spettacolare finale che riunisce in sé la polverosa energia da garage band e la fantasia da space rockers (e visto l’entusiasmo e la moltitudine degli spettatori avrebbero probabilmente meritato un palco più ampio).

Spentisi gli ampli dei Black Rainbows, concludiamo la serata nel Desert Stage con i Red Fang - che proprio oggi pubblicano il loro nuovo disco, Only Ghosts. La sala è gremita e l’entusiasmo del pubblico è alle stelle quando la band di Portland attacca Wires. Dinamici e divertenti come sempre, i quattro mostrano ancora una volta quanto la dimensione live sia il loro più congeniale mezzo di espressione. Fra energia festaiola e mazzate fangose, c’è spazio per tutti i loro album, ma particolare attenzione è dedicata al nuovo uscito, che mostra anche un lato più “sofisticato”, con accenni psichedelici incastonati nei riff massicci di puro stoner rock di scuola Queens of the Stone Age, Melvins e Mastodon – e il pubblico pare gradire alla grande! Il pogo e il crowd-surfing la fanno da padroni, anche se i livelli di distruzione osservati nei loro concerti a Livorno non vengono minimamente sfiorati! A distruggere tutto ci pensa Mike Scheidt, che sale sul palco per interpretare - in modo straordinario! - Dawn Rising. Il mostruoso duetto è uno di quegli eventi che non dimenticheremo di questa prima, straordinaria, giornata di festival! 

Lasciamo il Trix sotto una fine pioggia, direzione albergo: servono forze fresche per il secondo atto di questo Desertfest Antwerp!
[E.R.+R.T.]



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Desertfest Antwerp 2016 – Day 1
[Red Fang + Black Rainbows + Yob + Torche + Black Wizard]

Less than six months from Desertfest London, but its lack was starting to cause withdrawal symptoms and we could not resist the idea to repeat it in the same year, participating to its Belgian twin. Furthermore the bill of this year was really incredible: we just could not afford to lose it! In Antwerp we find many faces already met in the spring and this is proof of how much the heavy psych scene is increasingly consolidating. Unlike in London, the festival does not take place in several clubs of a district, but in a one single center for concerts, the Trix: 3 stages, a room dedicated to merchandise and a beer garden to relax and eat. Plane, train, stop at the hotel and a short walk to get to the venue a few minutes after the opening of the gates, make a brief survey of the place and - beer in hand - prepare for the first live of the day.

Our three days starts from the most intimate corner of the club, the Vulture Stage, sort of pub where musicians are one step away from public. Black Wizard are the first to turn on the amplifiers and their stoner rock heavy metal let us immediately feel at home. Dynamic and sweaty, their music artfully mixes Iron Maiden splitted guitar phrasings and mighty sandy stoner riffs, without denying a hard rock attitude. Full and compact sound - combined with tightened riffs - pastes the audience to the stage and results to be the best possible opening for this festival, encompassing - and releasing - three of its most important elements: stoner energy, doom heaviness and metal spirit.

Time for a walk outdoors in the "food & relax area" - where, in the midst of so cool kiosks-vans, we find all the musicians performing tonight and also someone more, such as Ben Ward of Orange Goblin - and then we enter the darkness of the Desert Stage (the biggest stage of the festival) to listen to Torche. It takes three songs of the "old course" of the band - the most catchy and less heavy one - before reaching the first single from their latest, wonderful, album. With Minions sounds become heavier, riffs become mighty sound walls and the gait becomes more magmatic - all this without losing their melodic immediacy. Although the distortions do not reach the mammoth levels of Restarter (and Steve Brooks voice is not always perfect), the impact and the groove of band are nothing short of overwhelming, at times literally shattering (Annihilation Affair). The second part of their set focuses on the most disruptive songs and, from our point of view, it is a winning choice... great live show!

The climax of the day is achieved by Yob and their hour of absolutely cathartic power. The Oregon trio unleashes a supernatural force. We are at the same time overwhelmed, stunned and then relieved from the enormous flow of their music, in perfect balance between visceral roughness and spiritual atmosphere. Heavy, muddy and enveloping, they hypnotize the audience with a memorable performance, enhanced by masterful sounds. Every single note played by the band, as well as every single word coming out from Mike Scheidt throat – whether it be a muddy growl, a hallucinated screech or a melodic passage - is just perfect. The nearly 20 minutes of Marrow are extraordinary as much as the best Neurosis, confirming that their last album (Clearing the Path to Ascend) is a masterpiece. Impossible talking about their concert without excitement!

After such a shocking experience, that empties the body of all energies and fills the mind of ecstatic torpor, it really seems to have landed on another planet when we move to the Vulture Stage to listen to the second part of Black Rainbows concert. The small room is crowded and we hardly sneak into it, while the Italian band is playing the first notes of The Prophet in an atmosphere saturated with fuzz, stoner and space rock. The air of the Vulture Stage is electric and the band is really over-loaded (it almost seems another band compared to their concert a few months ago in Tuscany). Songs are dilated in long fiery solos, and though in the hypnotic Cosmic Picker we miss the abundant reverb on Gabriele Fiori voice, the final Black to Comm (MC5 cover) is the spectacular ending song that combines the energy of a dusty garage band and the imagination of a space rocker one (the enthusiasm and multitude of the audience would have probably deserved a wider stage).

Turned off Black Rainbows amps, we conclude this first day in the Desert Stage with Red Fang – releasing today their new album, Only Ghosts. The hall is crowded and the audience enthusiasm is at its top when the band from Portland starts playing Wires. Dynamic and entertaining as always, the four once again show how much gigs are their most congenial means of expression. There is room for all of their albums, but particular attention is devoted to the new one, which also shows a more "sophisticated" side, with hints of psychedelia embedded in pure massive stoner rock riffs (Queens of the Stone Age, Melvins and Mastodon school) - and the audience seems to appreciate it a lot! Mosh and crowd-surfing, of course, though the levels of destruction of their concerts in Livorno are in no way touched! Mike Scheidt is the right man to destroy everything, and so he does when he gets on stage to sing - in an extraordinary way! - Dawn Rising. The monstrous duet is one of those events that we will not forget about this first, extraordinary, festival day!
We leave the Trix under a thin rain, direction hotel: we need brand new energies for the second act of this Desertfest Antwerp!
[E.R.+R.T.]

 






giovedì 13 ottobre 2016

Melvins - Bullhead


Melvins - Bullhead
(Boner Records, 1991)

Uno dei passaggi fondamentali nel processo di trasformazione dei suoni pesanti è rappresentato dalla carriera dei Melvins. La band di King Buzzo è stata capace di modellare la distorsione come fosse argilla, generando una musica in continuo cambiamento (sviluppo psicotico delle idee di Black Sabbath, Black Flag e Swans), madre di (almeno!) due decadi di metal alternativo. Mentre il grunge - uno dei primi figli della creatività dei Melvins - sta esplodendo, la band di Buzz pubblica Bullhead. Una palla di fango che rotola al rallentatore, disfacendosi attraverso spossati e dilatati droni di chitarra. Un narcotico muro di suono nel quale si innestano le ritmiche irregolari di Dale Crover: talvolta marziali, talvolta epilettiche. Perfetta combinazione di contrasti (ironia e depressione, divertimento e schizofrenia, energia e stasi), Bullhead dimostra la versatilità dei suoni pesanti, quando maneggiati da menti creative.
[R.T.]
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Melvins - Bullhead
(Boner Records, 1991)

One of the most fundamental steps in heavy sounds transformation process is represented by Melvins career. King Buzzo band was capable of moulding distortion as it was clay, generating a changing music  (psychotic development of Black Sabbath, Black Flag and Swans ideas), mother of (at least!) two decades of alternative metal. While grunge rock - one of the first son of Melvins creativity - is exploding, Buzz band releases Bullhead. A ball of mud that rolls in slow motion, disposing itself with its dilated and exhausted guitar drones. A narcotic wall of sound with Dale Crover irregular rhythmic: sometimes martial, sometimes epileptic. Perfect combination of contrasts (irony and depression, fun and schizophrenia, energy and stasis), Bullhead shows the versatility of heavy sounds when handled by creative minds.
[R.T.]

domenica 9 ottobre 2016

My Dying Bride - Feel the Misery


My Dying Bride – Feel the Misery
(Peaceville, 2015)

Dopo 25 anni di estrema fedeltà al proprio stile (eccezion fatta per un paio di esperimenti isolati), come è possibile che i My Dying Bride non trasmettano mai la sensazione di essere dei "vecchi decrepiti", in piedi solo per mestiere, e al contrario sprigionino ancora un’incredibile urgenza espressiva? L’ultimo disco in particolare, Feel the Misery, affascina fino al punto da non sembrare l'album di una band che suona lo stesso genere dai primi anni 90. E’ infatti estremamente VIVO (definizione che pare un ossimoro, dato che si parla di doom metal gotico, dai toni sepolcrali e funebri). Vivo perché, attraverso riff possenti, sprigiona un'energia in perfetto equilibrio tra monoliticità e dinamismo. Un'energia inedita per la band inglese, la quale raramente ha suonato così robusta e compatta, e al tempo stesso immediata (come nella title track, dove le melodie del violino si incastonano alla perfezione nelle mura erette dalle chitarre, o nell'incedere funereo di To Shiver in Empty Halls, tanto oppressivo quanto veemente). Vivo perché brucia di passione: una passione che arde nella teatrale interpretazione vocale di Aaron Stainthorpe (che nella impetuosa And My Father Left Forever sembra venire a patti con se stesso, di fronte al padre morente), nonché nelle romantiche linee melodiche disegnate dai fraseggi di chitarra (cui contribuisce il ritorno di Calvin Robertshaw). Vivo perché possiede un’atmosfera avvolgente, che penetra sotto pelle: basta inoltrarsi nella profondità della cattedrale gotica musicalmente concepita dalla band - in cui cadono rintocchi di pianoforte tra i vasti spazi lasciati liberi dalle distorsioni - per rendersene conto (I Celebrate Your Skin e I Almost Loved You). La vitalità artistica non ha necessariamente bisogno di novità eclatanti per palesarsi. Servono energia, passione e il bisogno profondo di trasmettere emozioni, unito alla capacità di costruire le giuste atmosfere. E ai My Dying Bride tutto questo non manca. Anche dopo 25 anni di carriera.
[R.T.]

My Dying Bride – Feel the Misery
(Peaceville, 2015)

After 25 years of extreme loyalty to their own style (except for a few isolated experiments), how is it possible that My Dying Bride never conveys the feeling of being "decrepit men" standing only for music biz and on the contrary they still give off an incredible expressive urgency? Their last album, Feel the Misery, fascinates up to the point of not sounding like the outcome of a band playing the same musical genre from the early 90s. Indeed, it is extremely "full of life" (definition that seems an oxymoron, given that we are talking about gothic doom metal,  with sepulchral funeral tones). Full of life because, through powerful riffs, it releases an energy which is in perfect balance between monolithicity and dynamism. An unusual energy for the English band, which has rarely sounded so robust and compact and at the same time direct (as in the title track, where violin melodies perfetctly embed themselves in the walls built by guitars, or in the funeral pace of To Shiver in Empty Halls, as much oppressive as vehement). Full of life because it burns with passion: a passion burning in the theatrical vocal interpretation of Aaron Stainthorpe (that in the impetuous And My Father Left Forever seems to come to terms with himself in front of the dying father)  as well as in the romantic melodic lines drawn by guitar phrasings (relevant the return of Calvin Robertshaw). Full of life because it has got an enveloping atmosphere which penetrates under the skin: just go further into the depths of the gothic cathedral musically conceived by the band - with piano notes falling among the vast spaces left free from distortions - to realize it (I Celebrate Your Skin and I Almost Loved You). There is no need of exciting striking novelties. There is only need of energy, passion and the deep urgency to convey emotions, together with the ability to build the right atmospheres. And My Dying Bride do not lack all this at all. Even after a 25-years-long career.
[R.T.]

martedì 4 ottobre 2016

Blood Ceremony - Lord of Misrule


Blood Ceremony – Lord of Misrule
(Rise Above, 2016)

Ascoltando Lord of Misrule (quarto disco dei Blood Ceremony) si ha l’impressione che la band canadese abbia aperto le finestre della sua polverosa sala prove e abbia fatto entrare dei timidi raggi di Sole, che prima a mala pena riuscivano a filtrare dai vetri sporchi. Le ragnatele avvolgono ancora la strumentazione vintage, ma certamente una parte della nebbia è stata soffiata via. Ascoltare la voce di Alia O’Brien - cosi calda, piena e sicura di sè - dimostra quanto la cantante canadese sia maturata dai tempi del disco di esordio. Se agli albori l’incedere stanco e sfinito della voce era il “cattivo fungo allucinogeno” che colorava (di viola) una musica che pareva provenire da un sotterraneo, con il passare del tempo tutto è diventato più fluido, rotondo e scorrevole, perdendo parte del fascino misterioso dell’underground, ma guadagnando in immediatezza. La maturità del gruppo ha permesso loro di attraversare, dapprima, i territori dell’hard rock sporcato di folk con Living with the Ancients (2011), poi il rock progressivo più tenebroso con The Eldritch Dark (2013), ed infine mirare dritto al nucleo - la melodia - con Lord of Misrule. Asciugate le strutture dei brani, il gruppo ha colorato i suoi b-movie horror in bianco e nero con le atmosfere psichedeliche di fine anni '60. Aprire l’album con un riff da spy story, che sembra uscito pari pari dall’esordio dei Pink Floyd, e chiuderlo con una ballad psichedelica che ricorda da vicino i The Pretty Things dimostra quanto i Blood Ceremony si siano spinti al di là dell’hard rock di ispirazione occulta - e dalle tinte progressive - dei lavori precedenti. L’atmosfera tenebrosa permane, ma è resa meno esplicita e più sfumata. Il flauto di Alia ha il sapore della fiaba lisergica, vagamente inquietante, ma mai da brividi. Mentre pullulano gruppi che percorrono i sentieri del rock occulto (inserendosi proprio in quel sentiero riaperto dagli stessi Blood Ceremony alcuni anni fa), la band canadese si spinge su altri territori, in cui l’ombra incontra la luce del Sole. Un luogo che allontanerà sicuramente alcuni dei vecchi adepti, per avvicinarne senz'altro di nuovi.
[R.T.]

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Blood Ceremony – Lord of Misrule
(Rise Above, 2016)

Listening to Lord of Misrule (fourth Blood Ceremony album) one gets the impression that the Canadian band has opened the windows of his dusty rehearsal room letting some timid sunbeams get inside, while before they barely managed to filter through the dirty windowpanes. Cobwebs still surround vintage instruments, but certainly a part of the mist has been blown away. Listen to Alia O'Brien voice - so warm, full and confident - shows how much the Canadian singer has matured from the times of their debut album. If in the early days the tired and worn out pace of the voice was the "bad psilocybin mushroom" painting (in purple) a music that seemed to come from the underground, with the passing of time everything has become more fluent, round and flowing, losing some of its mysterious charm, yet gaining in immediacy. The maturity of the band allowed them to traverse, at first, the territories of the folk-ish hard rock with Living with the Ancients (2011), then the darkest progressive rock with The Eldritch Dark (2013), and finally shoot straight to the core - the melody - with Lord of Misrule. Dried up the structures of the songs, the band colored its black and white horror b-movies with the psychedelic atmospheres of the late 60s. Opening the album with a spy story riff, which seems to come word for word from Pink Floyd debut, then closing it with a psychedelic ballad reminiscent of The Pretty Things, shows how much Blood Ceremony went beyond occult - and the progressive tasted - hard rock of their previous works. The gloomy atmosphere is still there, yet it has become less explicit and more nuanced. Alia's flute has the flavor of lysergic fairytale: vaguely disturbing, yet never creepy. While there is plenty of bands now walking the paths of occult rock (inserting themselves exactly in that same path reopened by Blood Ceremony few years ago), the Canadian band moves towards other territories, where the shadow meets the light of the Sun. A place that will surely alienate some of the old followers, but that will certainly make new ones.
[R.T.]