domenica 31 luglio 2016

Stones From the Hill - II Edition - Appaloosa + Green Oracle + The Digger's Lane + Yearnin' - 23.07.2016 - Secret Show (Pisa/Livorno)



Stones From the Hill - II Edition
Appaloosa + Green Oracle + The Digger's Lane + Yearnin'
23.07.2016 - Secret Show (fra Livorno e Pisa)


Chi è cresciuto con il mito dei “generator parties” (le feste lo-fi che hanno forgiato la scena stoner della California del Sud) sa quanto può essere figo un festival completamente “do it yourself”, immerso nel bosco, con pubblico composto esclusivamente da appassionati, alimentato da un generatore a benzina. La chiave di tutto - affinché la serata sia una bordata elettrica e non un unplugged a lume di candela - è il generatore. Proprio quel generatore che ti abbandona nel pomeriggio e rischia di mandare tutto a puttane. Ma il vero motore di un festival di questo tipo non è il generatore in sé: è la passione di un gruppo di esaltati della distorsione. E quindi ogni pezzo va al suo posto e tutto è pronto per partire. Prima che cali il buio la seconda edizione dello Stones from the Hill ha inizio e non risparmia certo sulla potenza del suono.  

Gli Yearnin' - che giocano in casa - sono il primo gruppo ad accendere gli amplificatori. Il loro blues rock, caldo, coinvolgente e ben suonato, è la giusta introduzione alla serata, capace di scaldare l'atmosfera con i suoi riffs "a presa rapida"

The Digger's Lane (da Bergamo) allentano il tiro con il loro rock alternativo a metà tra folk cantautoriale e indie rock. Un pò penalizzati dal calore delle distorsioni e dal dinamismo della band precedente, risultano una sorta di parentesi per prendere fiato prima dell'onda d'urto sonora degli ultimi due gruppi in scaletta.

Assorbite alla perfezione le vibrazioni positive del bosco, i Green Oracle stasera suonano ancora più fluidi e trascinanti che durante il (già ottimo!) concerto di fine maggio, di spalla agli Ufomammut. Il doom cosmico del trio, purtroppo privo della voce eterea ed onirica di Giulia (presente solo in formato "registrazione"), viene amplificato nel suo effetto "spirituale" grazie ad una fluidità ed un tiro più decisi, nonché attraverso suoni davvero ben calibrati - profondi e compatti, capaci di riempire ogni spazio tra gli alberi, senza disperdersi.

Grandi protagonisti della serata gli Appaloosa. Dalla prima volta che li abbiamo visti (2003 o 2004) la loro musica si è evoluta verso direzioni sempre più personali, dal math rock ipercinetico di partenza verso una techno analogica macchiata di space rock. Le ritmiche groovosissime di basso e batteria alternano ossessive martellate trance a molleggiatissime aperture funky.  Il rincorrersi di batteria e drum machine è continuo e l'effetto è tanto dirompente quanto psichedelico. Il risultato è ad un tempo stordente, estraniante ed inglobante: l'essere immersi nell'oscurità del bosco - parzialmente interrotta solo dalle luci sul palco - contribuisce alla sensazione di fusione ed immersione nell'onda sonora modellata dalla band livornese.

Qualche goccia di pioggia sul finale, ma l'atmosfera è talmente carica che - coperti gli amplificatori - la festa continua ed anche la pioggia decide di non accanirsi. A questo punto, non resta che tenersi pronti per il III capitolo dello Stones from the Hill...fra un paio di mesi!    
[E.R. + R.T.]


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Stones From the Hill - II Edition
Appaloosa + Green Oracle + The Digger's Lane + Yearnin'
07.23.2016 - Secret Show (Pisa/Livorno)

Those ones grown up with the myth of "generator parties" (lo-fi parties that built the stoner scene of south California) well know how cool it can be a completely DIY festival: submerged in the wood, made only by enthusiasts of the genre and powered by a fuel generator. The key of this all - to make of the event an electric assault instead of a candlelight unplugged - is the generator. Exactly that generator that stopped to work in the afternoon with risk of spoiling the whole event. But the real engine of such a festival is not the generator itself: indeed, it is the passion of a bunch of people addicted to distortions. And so everything falls into place and everything is ready for the party. before it gets dark, the II chapter of Stones from the Hill begins and it does not certainly save on the power of sounds.

Yearnin' - playing at home - are the first band to turn on the amps. their blues rock - compelling and warm - is the right introduction to the evening, able to create the proper atmosphere with its "quick-setting" riffs.

The Digger's Lane (from Bergamo) slow down the groove with their alternative rock, halfway between song singer-songwriter folk and indie rock. A bit penalized by the warmth of distortions and dynamism of the first band, they are a sort of parenthesis to breathe before the sonic shock wave of the last two bands of the bill.

Perfectly absorbed the positive vibes of the wood, tonight Green Oracle play even more enthralling and fluid than in the (yet great!) concert in May, as support band before Ufomammut. The cosmic doom of the trio - unluckily deprived of the ethereal oneiric Giulia voice (tonight with the band only in the form of recordings) - is amplified in its "spiritual" effect thanks to more incisive fluidity and groove, and also through really well balanced sounds - deep and compact, able to fill any space among the trees without getting lost.

Great protagonists of this evening, Appaloosa. From the first time we saw them live (2003 or 2004) their music has been evolving towards more and more personal directions, from the hyperkinetic math rock of their beginnings to an analogic techno veined with space rock. The ultra-groovy rhythmics of bass and drums alternate obsessive trance hammer strokes and bouncing funky openings. There is a constant chase between drums and drum machine with a disruptive psychedelic effect. The outcome is at the same time stunning, alienating and englobing: being submerged in  the dark of the wood - partly interrupted only by the lights on stage - increases the feeling of fusion and immersion into the sonic wave shaped by the band from Livorno.

Few raindrops at the end of the show, but the atmosphere is so electric that covered and sheltered the amps - the party goes on and even rain decides to stop. So we just have to stay tuned and get ready for the III chapter of Stones from the Hill...two months to go!
[E.R. + R.T.]

giovedì 28 luglio 2016

Vektor - Terminal Redux


Vektor – Terminal Red­ux
(Earache, 2016)

Come è stato possibil­e concepire questo in­credibile disco thras­h metal in un’epoca d­iversa dagli anni 80?­ Serve un’astronave i­n grado di viaggiare ­ad una velocità tale ­da piegare lo spazio ­tempo, proiettandosi ­nell’epoca d’oro di  j­eans attillati, scarp­e da basket e franget­te, e al tempo stesso­ in un futuro ancora ­sconosciuto. E’ evide­nte che i Vektor ne p­ossiedono una parcheg­giata in sala prove: altrimenti sarebbe in­concepibile un disco ­come Terminal Redux. ­Puro thrash metal pro­gressivo, in cui il t­ermine progressivo no­n significa solo comp­osizioni dalla strutt­ura complicatissima e­ costantemente cangia­nte, ma anche - e sop­rattutto - desiderio ­di ricerca (sia melod­ica che ritmica). Dim­inuito il livello di ­ferocia dei due splen­didi dischi precedent­i, i quattro cowboys ­spaziali originari de­ll’Arizona (ma da qua­lche tempo con base a Phila­delphia) si avventura­no in un pianeta ines­plorato, in cui le sp­irali ipnotiche dei  C­ynic di Traced in Air­ si innestano alla pe­rfezione sulle archit­etture dei Voivod più­ frenetici, acceleran­do e decelerando con una fluid­ità e una naturalezza­ degna di una band pr­og degli anni 70 (non­ è un caso se si perc­episcono sottili rifl­essi di Rush e Genesi­s). Perdersi completa­mente sotto una piogg­ia di fraseggi di chi­tarra, o dentro apert­ure dal fascino dell’­abisso profondo: ques­ta è "l’Odissea nello­ Spazio" concepita da­i Vektor.
[R.T.]

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Vektor - Terminal Redux
(Earache, 2016)

How was it possible to conceive such an incredible thrash metal album out of the 80s? You need a spaceship capable of traveling at a speed such as to bend space - time,  projecting itself both into the golden age of skinny jeans, basketball sneakers and fringes and into a still unknown future. It is clear that Vektor own such a spaceship and it is parked in their rehearsal room: otherwise you would not be able to think of an album such as Terminal Redux is. Pure progressive thrash metal. And here "progressive" does not only mean songs with ultra-complex constantly changing structure: it also - and mostly - means desire of (both melodic and rhythmic) research. Decreased the level of ferocity of the last two amazing  albums, the four space cowboys (from Arizona, but now based in Philadelphia) venture into an unexplored planet in which Cynic (Traced in Air) hypnotic spirals perfectly mix together with the most frenzied Voivod architectures, accelerating and decelerating with the same fluidity and easiness of a 70s prog band (indeed you can feel subtle reflections and hints of Rush and Genesis). Completely get lost under a rain of guitar phrasings or into openings with the fascination of the deepest abyss: this is the "Space Odissey" conceived by Vektor.
[R.T.]

domenica 24 luglio 2016

Duel - Fears of the Dead


Duel – Fears of the Dead
(Heavy Psych Sounds, 2016)

“Super heavy tripped out old school stoner metal from Austin, TX”. Dichiarazione di intenti – e di contenuti – che campeggia a chiare lettere tanto sulla copertina che sul cd dell’opera prima dei Duel e che è ultra-sintetica (ed efficace!) recensione di quest’album. Grafica da horror movie “dei tempi d’oro” per l'iconica copertina (per metà puro rosso sangue, per metà bianco&nero teschio incappucciato da cui sogghignano due occhi umani) e atmosfere da film di genere (che - visto che siamo negli States…e per la precisione in Texas! – mi riportano alla mente una pietra miliare come Non Aprite Quella Porta di Tobe Hooper). Le 8 canzoni di Fears of the Dead si nutrono di sonorità proto-metal e proto-doom settantiane, ma hanno anche una componente blues e stoner davvero notevole - che “ingrassa” il suono e rende ancor più tirate e coinvolgenti le ritmiche – venata di psichedelia - riscontrabile soprattutto nella finale Locked Outside. Basso e batteria – essenziali e “micidiali” – fanno un gran lavoro nel creare il compatto e dinamico tappeto ritmico su cui le due chitarre intrecciano riffs ed assoli di sapore settantiano (vedi Thin Lizzy e Blue Öyster Cult). E se da un punto di vista strumentale la formula è sicuramente riuscitissima, a completamento ed esaltazione di tutto questo c’è la voce da bluesman di Tom Frank: calda, potente, graffiante (e dal vivo riesce perfino ad accrescere il suo fascino!) è sicuramente una nota distintiva del combo texano. Trito revival per nostalgici? Assolutamente no: il sound dei Duel è personale e carico di linfa vitale. Compratevi una cassa di birra, alzate il volume delle casse e godetevi la festa!
[E.R.]

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Duel – Fears of the Dead
(Heavy Psych Sounds, 2016)

“Super heavy tripped out old school stoner metal from Austin, TX”. Declaration of intent - and content - standing out both on the cover and on the cd of Duel debut album and which is an ultra-synthetic (and incisive) review of this full-lenght. Heyday horror movie graphics for the iconic cover (half pure blood red, half black&white hooded skull hiding two grinning human eyes) and creepy b-movies atmospheres (being in the States - more precisely in Texas! - it comes to my mind the amazing The Texas Chainsaw Massacre by Tobe Hooper). Fears of the Dead 8 tracks feed on 70s proto-metal and proto-doom sounds, but they also have a huge blues and stoner part - "fattening" the sound and making rhythmics even groovier and more enthralling - veined with psychedelia - especially in the final Locked Outside. Bass and drums - essential and "deadly" - make a great work in creating the compact dynamic rhythmic carpet on which the two guitars interweave 70s tasted riffs and solos (see Thin Lizzy and Blue Öyster Cult). If from the instrumental point of view we are in front of a perfect formula, fulfillment and exaltation of this all is Tom Frank bluesman voice: powerful and scratchy (even more charming in live shows!) it is definitely a distinctive note of the Texan band. Trite revival for nostalgics? Not at all: Duel sound is personal and full of lifeblood. Buy a pack of beers, turn up the volume and enjoy the party! 
[E.R.]


giovedì 21 luglio 2016

Temple of the Dog - Temple of the Dog


Temple of the Dog - Temple of the Dog
(A&M Records, 1991)

Che cosa è stato realmente il grunge? Un vero e proprio genere musicale, un coeso movimento artistico o semplicemente una creatura inventata dalle major? Certamente rappresenta il rifiuto degli ideali degli anni 80, in cerca della pura energia rock degli anni 70. A dispetto delle differenze esistenti tra le band della scena di Seattle, le caratteristiche comuni sono la sua natura diretta e istintiva, gli ideali indipendenti, gli abrasivi suoni hard rock, le voci profonde e i temi introspettivi dei testi. Temple of the Dog – collaborazione tra i membri delle più interessanti band della scena, pubblicato appena prima che queste raggiungessero il successo -  è pura essenza grunge rock, senza il tipico suono grunge (se mai questo è esistito!). E’ un tributo all’hard rock degli anni 70, con straripanti improvvisazioni blues e melodie vocali soul, composto in ricordo di Andrew Wood: pioniere del sound di Seattle, simbolo del tragico destino legato a questa musica.
[R.T.]

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Temple of the Dog - Temple of the Dog
(A&M Records, 1991)

What grunge rock really was? Was it a real musical genre, a cohesive artistic movement or simply a creature invented by majors? Certainly it represents the denial of 80s ideals, in search of pure rock energy of the 70s. Despite the differences amongst the bands of Seattle scene, its common features are instinctive direct nature, independent ideals, hard rock abrasive sounds, deep voices and introspective themes. Temple of the Dog - collaboration of members from the most interesting bands of the scene, published just before they reached success - is pure grunge rock essence, without typical grunge sound (if it really ever existed!). It is a tribute to 70s hard rock, with overflowing blues improvisations and soul vocal melodies, composed in memory of Andrew Wood: pioneer of Seattle sound, symbol of the tragic destiny bounded to this music.
[R.T.]

martedì 19 luglio 2016

Black Breath - Slaves Beyond Death


Black Breath - Slaves Beyond Death
(Southern Lord, 2015)

Prima istruzione per l’uso: suonare il vinile di Slaves Beyond Death a 45 giri, altrimenti vi sembrerà di ascoltare un disco sludge anzichè uno death metal. Seconda istruzione per l’uso: non stupirsi se, ascoltata a 45 giri, questa musica evidenzi quanto lo sludge metal attuale abbia imparato dal death metal delle origini. D'altra parte si sta parlando di death metal old school, grezzo e primitivo, in cui i riff tritaossa si confrontano con rallentamenti cavernosi la cui profondità è amplificata dalle accordature ribassate. Le ritmiche sostenute, spesso devastanti, talvolta diventano pesantissime martellate. Le melodie, incastonate tra le mura di fangose distorsioni, sono dissonanti e putride. Insieme alla voce gutturale, questi sono tutti tratti distintivi del primo death metal, prima che questo si sviluppasse verso la precisione chirurgica e le ambizioni progressive e melodiche (reinterpretate dai Black Breath nella conclusiva Chains of the Afterlife, un dissonante e acido brano strumentale che mostra quanto la band si capace di rendere viscerali anche gli aspetti più maestosi del genere). Prodotto da Kurt Ballou dei Converge, il terzo album della band di Seattle è uno straordinario ritorno alle origini, una rilettura delle opere prime di Obituary, Death ed Entombed alla luce dell'uragano sludge degli ultimi anni. Un disco che possiede tutte le potenzialità per rimanere nel tempo, come i capolavori dei suoi padri ispiratori.
[R.T.]

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Black Breath - Slaves Beyond Death
(Southern Lord, 2015)

First instruction for use: play Slaves Beyond Death vinyl at 45 rpm, otherwise you would have the impression of listening to a sludge album instead of a death metal one. Second instruction for use: do not be surprised if listening to this music at 45 rpm it would be evident how much sludge metal have learned from the very first death metal. After all we are talking about old school death metal, something raw and primitive in which bones-grinding riffs face cavernous slowdowns whose depth is amplified by lowered tuning. Fast, often devastating, rhythmics sometimes turn into ultra-heavy hammer blows. Embedded within the walls of muddy distortions, melodies sound dissonant and putrid. Together with the throaty guttural voice, all these are distinctive features of the early death metal before it directed itself towards surgical precision and prog melodic ambitions (these last reinterpreted by Black Breath in the final Chains of the Afterlife – a dissonant acid instrumental track showing how much this band is able to make visceral even the most majestic side of the genre). Produced by Kurt Ballou (Converge), the third full-lenght of this Seattle band is an extraordinary return to the origins, a reinterpretation of the early works by Obituary, Death and Entombed in the light of the sludge hurricane of these last years. An album with all the potential to last over time, as the masterpieces of its inspiring fathers.
[R.T.]

sabato 16 luglio 2016

Monomyth - Exo


Monomyth - Exo
(Suburban Records, 2016)

L'Olanda è una delle più rinomate piste di decollo per viaggi mentali. Aeroporto attrezzatissimo che fornisce carburante - sia naturale che sintetico - per tutte le esigenze. Nutrita dalle vibrazioni positive di tanta libertà, a cavallo tra anni 90 e 2000 si è qui sviluppata un'interessante scena heavy psych sotterranea in alternativa alla più largamente nota scena dance e techno. I Monomyth sono la polvere stellare residua dopo l'esplosione della galassia stoner psych: una droga musicale di origine naturale con qualche bagliore sintetico. Alla torre di controllo della musica dei Monomyth siede Sander Evers, batterista di una delle colonne portanti dello space rock: i 35007. E infatti le traiettorie ritmiche seguono quelle della sua band precedente: lineari, decise, ma anche ricche di mid tempo dal groove avvolgente. Su queste si intrecciano gli assoli liquidi e spaziali delle chitarre e le nubi atmosferiche di synth e tastiere, generando un flusso strumentale che possiede la fantasia degli Ozric Tentacles, il gusto melodico dei Porcupine Tree (epoca Up the Downstair) e l'energia degli stessi 35007. Con il loro terzo disco - Exo - gli olandesi confermano la loro elevata capacità di generare uno space rock cangiante e multiforme, ma saldamente ancorato ad una solida struttura dei brani. L'ascolto di Exo non può essere considerato al pari della scoperta di una nuova stella all'interno della galassia psichedelica, ma è sicuramente un pianeta affascinante - a tratti meraviglioso! - nel quale è doveroso farsi un bel viaggio.
[R.T.]

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Monomyth - Exo
(Suburban Records, 2016)

Holland is one of the most renowned runways for mental journeys. Fully equipped airport with - both natural and synthetic - fuel for every need. Nourished by the good vibes of so much freedom, at the turn of 90s and 2000, a really interesting underground heavy psych scene found here its birthplace and homeland, as an alternative to the more widely famous dance and techno scene. Monomyth are the residual stardust after the explosion of the stoner psych galaxy: a natural musical drug with a synthetic hint. Sander Evers - drummer of 35007 (one of the pillars of space rock) - sits at the control tower of Monomyth music. Indeed, the rhythmic paths follow the tracks of his previous band: linear, direct, but at the same time rich in captivating groovy mid tempo.On these, guitar space liquid solos and synths/keyboards atmospheric clouds are intertwined, generating an instrumental flux with Ozric Tentacles creativity, Porcupine Tree (Up the Downstair era) melodic taste and 35007 energy. With their third album - Exo - these Dutch confirm their amazing ability to generate a changing multifaceted space rock, yet firmly anchored to a solid structure of songs. Listening to Exo maybe cannot be considered as the discovery of a new star in the psychedelic galaxy, but it is for sure a fascinating - at times marvellous! - planet where it is necessary to have a great trip.
[R.T.]

martedì 12 luglio 2016

Karma to Burn + Mr. Bison + Room 6 – 09/07/2016 – Theremin (Cinquale, MS)



Karma to Burn + Mr. Bison + Room 6 – 09/07/2016 – Theremin (Cinquale, MS)

Qualche anno fa ho ritrovato in un cassetto il flyer di un concerto dei Karma To Burn al Baraonda (locale nel quale trascorrevo i sabato sera con la stessa frequenza con la quale un ultra-cattolico integralista presenzia la messa domenicale). Il concerto me l'ero perso ed il ritrovamento del flyer mi aveva fatto mangiare le mani, perché nel frattempo la band si era sciolta. Per una volta, però, il tempo ha aggiustato le occasioni perdute in passato. I Karma to Burn si sono infatti riformati (e ho avuto occasione di vederli già altre due volte, dal 2009 a ora) e il Baraonda, cambiato il suo volto dopo diverse vicissitudini, ha riaperto come Theremin e stasera ospita proprio il trio stoner del West Virginia.

I primi a salire sul palco del locale versiliese sono i pisani Room 6, che propongono uno stoner rock elastico trascinato da riff zeppeliniani, sul quale si inseriscono armonizzazioni vocali ben calibrate, testi in italiano e uno spiccato senso della melodia, a tratti dal sapore prog anni 70. La loro è una proposta originale e molto interessante che merita di essere approfondita.

Cambio palco rapidissimo ed ecco i Mr. Bison. Il trio parte subito forte e libera il suo stoner rock cinetico senza fermarsi un attimo. Rock sudato, valvolare, strabordante di energia, arricchito da ottimi suoni e da un intreccio vocale ancor più convincente rispetto al concerto che tennero di spalla ai Black Rainbows, qualche mese fa. Nonostante il caldo e le luci - a tratti assenti - che a volte li han costretti a suonare al buio, l’impatto è travolgente e la loro musica si conferma al tempo stesso immediata e ricercata, grazie al perfetto equilibrio di riff diretti e ritmiche complesse, con una ricerca sonora mai banale (bellissimo il lavoro della chitarra che copre anche le frequenze solitamente ad appannaggio del basso).

Dei Karma to Burn originari è rimasto solo Will Mecum, ma non è andato smarrito l’amore per la materia prima del rock: il riff. Nello stoner del trio americano viene infatti esaltata l’essenziale - ma insuperabile! - energia primordiale dei buoni vecchi riff di chitarra. Groove dal sapore sabbioso, al quale contribuisce la batteria potente e robusta di Evan Devine, nell'alternarsi di massicce mazzate e ripartenze a tutta velocità, valorizzate da distorsioni sature e calde. Nonostante si senta un po' la mancanza del dinamismo dello storico bassista Rich Mullins, la band suona compatta e trascinante. Messo definitivamente in soffitta l’esperimento a due chitarre e "sporadica" voce (quella di Daniel Davies dei Year Long Disaster) proposta nel tour del 2010 e che si riallacciava alle atmosfere cupe del disco d’esordio (unico album "cantato" della loro carriera), i Karma to Burn ritornano ai tempi degli splendidi Almost Heaten e Wild Wonderful Purgatory (molti i pezzi proposti da questi due classici), cioè ai tempi del loro vecchio (e per me perduto) concerto al Baraonda. Stranamente il tempo mi ha offerto una seconda possibilità con questo fantastico concerto, che mi ha concesso una sorta di salto nel passato, facendomi recuperare lo show di uno dei migliori gruppi stoner in circolazione, perso per chissà quale motivo.
[R.T.]
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Karma to Burn + Mr. Bison + Room 6 – 07/09/2016 – Theremin (Cinquale, MS)

Few years ago I found in a drawer a flyer of a Karma To Burn concert at Baraonda (a venue where I used to spend my Saturday nights as often as an ultra-Catholic integralist attends Sunday Mass). I missed that concert and the finding of that flyer made me a bit disappointed and depressed, because in the meantime the band split up. However, the time adjusted this lost opportunity. Karma To Burn reformed (and I already attended a couple of gigs since 2009) and Baraonda, after various ups and downs, has now reopened as Theremin and tonight hosts the stoner trio from West Virginia.

First on stage Room 6, from Pisa. They play an elastic stoner rock, with Led Zep-tasted riffs, well-balanced vocal harmonies, Italian lyrics and a 70s progish sense of melody. Interesting and original approach which deserves to be deepened.

Ultra rapid change on stage and it is time for Mr. Bison. They attack as a fury with their kinetic stoner rock. Valvular sweaty rock, with overflowing energy, great sounds and a vocal interweaving which sounds even better than in the gig with Black Rainbows few months ago. In spite of the sweltering heat and some light absences on stage (at times forcing them to play in the dark), the impact of their show is really enthralling and captivating and their music confirms itself to be at the same time immediate and refined, thanks to the perfect balance of direct riffs and complex rhythms, with a never banal sound research (really impressive the guitar, able to cover even the sound frequencies usually typical of the bass).

Will Mecum is the only original member of Karma To Burn on stage tonight, anyway the love for the raw material of rock - the riff - is still intact. The stoner of the American trio is indeed an exaltation of the essential - and unbeatable! - primal energy of damn good guitar riffs. Sandy-tasted groove, enhanced by the the powerful heavy drums of Evan Devine, alternating massive blows and full speed attacks, enriched by warm, full distortions. Despite feeling a bit the lack of the dynamism of the historical bassist Rich Mullins, the band sounds compact and rousing. Definitively put aside the experiment with two guitars and "sporadic" singing (Daniel Davies of Year Long Disaster) of 2010 tour - close to the gloomy atmospheres of the debut album (the only one with a singer in the lineup) - Karma To Burn come back to the days of the amazing Almost Heaten and Wild Wonderful Purgatory (indeed there are many tracks of this two albums in tonight setlist), that is to say to the time of the (for me lost) gig at Baraonda. Unexpectedly time has given me a second chance with this great concert, allowing me a sort of jump into the past, making me recover the - inexplicably missed - show of one of the best stoner bands ever.
[R.T.]




venerdì 8 luglio 2016

Algiers – Algiers


Algiers – Algiers
(Matador, 2015)

La spinta contestatrice del rock, da sempre basata sulla capacità di aggregazione sociale di questa genere, è ormai data per morta. In un periodo storico in cui spesso la musica alternativa cerca la via dell’intrattenimento senza prendersi troppo sul serio (oppure si rifugia nella fantasia, nell’esoterismo o in un’intimità ai limiti dell’esistenzialismo o dell’individualismo) l’esordio degli Algiers ha un impatto dirompente. Il trio originario di Atlanta (ma attualmente distribuito tra New York e Londra) reclama attenzione nei confronti dei problemi di integrazione delle minoranze, in particolare riferendosi alla comunità nera americana (tema per niente superato visti i continui conflitti tra questa e le istituzioni di polizia). Per farlo intreccia le radici nere del gospel con il rumoroso post punk bianco, l’attitudine del blues con le atmosfere dell’elettronica industriale, scrivendo una rabbiosa storia degli Stati Uniti, dalle sue origini di segregazione razziale all’attuale - irrisolta! - conflittualità. Un ibrido dalla forte personalità, in cui convivono diverse etnie e sensibilità. Gelide sferragliate noise di chitarra, atmosfere plumbee e ritmiche trip hop si intrecciano a caldissime armonie vocali dal sapore soul. Non c’è l’illusione di innescare una rivoluzione culturale, tanto meno viene offerta una possibilità di risoluzione dei conflitti: ma la convivenza armonica di mondi apparentemente così distanti offre di per sé una speranza. Oltre ad offrire la speranza che il rock torni ad avere un impatto sulla società e sulla realtà, come "ai tempi d'oro". Senza dubbio questo disco possiede tutte le qualità per poter rappresentare un "nuovo inizio". 
[R.T.]

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Algiers – Algiers
(Matador, 2015)

The rebellious push of rock, intrisic to the social aggregating ability of this musical genre, is now taken for dead. In a historical period in which alternative music often seeks entertainment without taking itself too seriously (or on the contrary it takes refuge in fantasy, esotericism or in an intimacy near to existentialism and individualism) the debut of Algiers has got a disruptive impact. Born in Atlanta (now based between New York and London), this trio claims attention to the integration problems between minorities, with special attention to the African-American community (current issue, in light of the continuous conflicts between this last and Police Institutions). In doing this, they interweave the black roots of gospel with the noisy white post punk, the blues attitude with the industrial electronic atmospheres, writing a rabid history of the US, from its origins of racial segregation to the current - unresolved! - conflictuality. A hybrid with a strong personality, in which various ethnic groups and different sensitivities live side by side. Cold noise guitar rattlings, oppressive atmospheres and trip hop rhythms are intertwined with soul-tasted warm vocal harmonies. No illusion of giving rise to a cultural revolution, nor the offering of a chance of conflicts resolution: yet the harmonic coexistence of apparently so distant worlds gives hope in itself.  As well as giving the hope that rock may once again have an impact on society and reality as in its heyday.  No doubt this album has got all the qualities to be a "new beginning." 
[R.T.]

lunedì 4 luglio 2016

Monolord - Vænir


Monolord - Vænir
(RidingEasy Records, 2015)

Il doom metal non è proprio il genere più dinamico in circolazione. Spossante lentezza, atmosfere sepolcrali, suoni schiaccianti e melodie funeree. Eppure, aggiungendo ai consolidati ingredienti del genere uno spiccato senso del groove, i Monolord propongono nuove prospettive, senza mai accelerare troppo la tradizionale processione funebre. I riff sono costruiti con il denso e pesante cemento delle distorsioni, ma possiedono elasticità grazie all'ottimo lavoro di Mika Häkki al basso e di Esben Willems alla batteria, capaci di rendere ipnotici i sei brani di Vænir. In questo secondo disco del trio svedese l'ipnosi è indotta anche dalla riverberatissima voce di Thomas Jäger, che disegna melodie che ricordano da vicino gli Electric Wizard più lisergici. Una musica che reinterpreta con personalità le diverse sfaccettature di un genere considerato erroneamente statico: dalla nebbia sepolcrale dei primi Black Sabbath all'energia dello stoner rallentato degli Sleep, per sfociare a tratti nella spiritualità dei Neurosis. 
[R.T.]

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Monolord - Vænir
(RidingEasy Records, 2015)

Doom metal is not exactly the most dynamic musical genre. Exhausting slowness, sepulchral atmospheres, crushing sounds and mournful melodies. Nevertheless, adding a strong sense of groove to the consolidate ingredients of the genre, Monolord offer new perspectives, yet without accelerating the typical funeral procession. Riffs are built with the dense heavy cement of distortions, but they are fluid and elastic thanks to the great work of Mika Häkki at the bass and Esben Willems at the drums, both of them capable of making hypnotic the six tracks of Vænir. In this second album of the Swedish trio hypnosis is also induced by the ultra-reverberated Thomas Jäger voice, drawing melodies reminiscent of the most lysergic Electric Wizard. A music which reinterprets with personality the different features of a genre usually - and wrongly - considered as static: from the sepulchral fog of the early Black Sabbath to the energy of the slowed down stoner of Sleep, at times giving rising to the spirituality of Neurosis.
[R.T.]