mercoledì 30 dicembre 2020

Top 20 Albums 2020


Our personal selection of the best 2020 albums, in alphabetical order: 

  • Acid Mammoth - Under Acid Hoof
  • All Them Witches - Nothing as the Ideal
  • Black Rainbows - Cosmic Ritual Supertrip
  • Bologna Violenta - Bancarotta morale
  • Brant Bjork - Brant Bjork
  • Calibro 35 - Momentum
  • Elder - Omens
  • Fontaines D.C. - A Hero's Death
  • Giöbia – Plasmatic Idol
  • Hexvessel - Kindred
  • Idles - Ultra Mono
  • King Buffalo – Dead Star
  • My Dying Bride - The Ghost Of Orion
  • Myrkur – Folkesange
  • Oranssi Pazuzu - Mestarin Kynsi
  • Pallbearer - Forgotten Days
  • Paradise Lost – Obsidian
  • Protomartyr - Ultimate Success Today
  • Shores of Null - Beyond The Shores (On Death And Dying)
  • Sólstafir - Endless Twilight Of Codependent Love
    [E.R.+ R.T.]

domenica 27 dicembre 2020

Top 5 Cover Artworks 2020


Our personal selection of cover artworks of 2020 albums, in alphabetical order:

Acid Mammoth – Under Acid Hoof (Album Art: Branca Studio)

Big Scenic Nowhere – Vision Behind Horizon (Artwork: Max Löffler)

Fontaines D.C. – A Hero’s Death (Artwork: Charlie Drinkwater)

Hexvessel – Kindred (Cover Artwork: Thomas Hooper & Richey Beckett; Layout: Mat McNerney)

Ihsahn – Pharos (Illustrations: Chioreanu Costin; Design: Ritxi Ostáriz; Art Direction: Heidi S. Tveitan)


giovedì 10 dicembre 2020

Cynic - Focus


Cynic - Focus
(Roadrunner Records, 1993)

In Florida, all'inizio degli anni '90, nel bel mezzo dell'esplosione del death metal, una band di ragazzini provò a scomporre il death metal e a ricostituirlo in un'entità liquida e mutevole. Chuck Schuldiner rimase affascinato da questi ragazzi e decise di coinvolgere due di loro nella costruzione di Human, capolavoro del progressive death metal. Poi, nel 1993, i Cynic pubblicarono il loro album d'esordio, un incredibile balzo in avanti per l'intera scena metal, ovviamente rimasto incompreso a quell'epoca. Focus è un album progressive rock nella sua più genuina essenza. Oltre ogni convenzione, Focus esplora dimensioni spirituali con originalità, sia dal punto di vista della musica sia dal punto di vista dei testi. La struttura delle canzoni è contorta e cerebrale, le melodie fluide e emozionanti, gli assoli incredibili, con il loro gusto jazz fusion. La musica frattale dei King Crimson è qui rinata in forma metal.
[R.T.]

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Cynic - Focus
(Roadrunner Records, 1993)

In Florida, at the beginning of the 90s, in the middle of death metal explosion, a teenage band tried to deconstruct death metal and to reform it in a liquid  and changing entity.  Chuck Schuldiner was fascinated by these guys, and he decided to involve two of them in the construction of Human, a masterpiece of progressive death metal. Then, in 1993, Cynic published their debut album, an incredible step forward for the entire metal scene, obviously misunderstood at that time.  Focus is a progressive rock album, in its most genuine exence. Beyond every convention, Focus explores spiritual dimensions with originality, both in lyrical and in musical aspects. Songs structure is cerebral and twisted, melodies are fluid and emotional, and solos are amazing, with their jazz fusion taste. King Crimson’s fractal music was here reborn in a metal form. 

[R.T.]

domenica 15 novembre 2020

Esoteric – A Pyrrhic Existence


Esoteric – A Pyrrhic Existence
(Season of Mist, 2019) 

“E ora affronterai il mare delle tenebre, e ciò che in esso vi è di esplorabile”. Lucio Fulci ci intrappola nel suo L'Aldilà con queste parole e con l’immagine di un deserto sconfinato, avvolto nella nebbia, nel quale corpi umani giacciono come pietrificati. Un deserto gelido, del tutto simile a quello che gli Esoteric utilizzano per rappresentare visivamente la musica del loro ottavo disco. Ancorate a terra come se avessero radici, disperate nel tentativo di allontanarsi da quell'Inferno di immobilità, le figure scheletriche della copertina di A Pyrrhic Existence sembrano i corpi esanimi del film di Fulci, in un ultimo tentativo di tornare alla luce. Ma nella musica della band britannica la luce non filtra. I bagliori che intravediamo all’interno delle sei monolitiche composizioni sono aurore boreali di sintetizzatore. Lampi glaciali che accentuano le ombre. In una stasi che pare ineluttabile, la ricerca spasmodica di un senso - per quanto destinata a fallire - rende la musica viva, anche se sfibrante. Se il mare delle tenebre è esplorabile, lo è anche l’abisso degli Esoteric. Nonostante la psichedelia stordente della band sia utilizzata come un magnete per risucchiare ogni energia, i riff rabbiosi sono come passi che si sollevano pesanti dalle sabbie mobili, e la melodia compare a tracciare nuove strade nel vuoto cosmico. Anche con il loro disco più gelido gli Esoteric mostrano come sia possibile esplorare l’abisso, componendo l’ennesimo capolavoro.

[R.T.]

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Esoteric – A Pyrrhic Existence
(Season of Mist, 2019) 

"And now you will face the sea of darkness, and what is explorable in it". Lucio Fulci traps us in his The Beyond with these words and with the image of a boundless desert, shrouded in fog, in which human bodies lie as if petrified. An icy desert, similar to the one that Esoteric use to visually represent the music of their eighth album. Anchored to the ground as if they had roots, desperate to get away from that Hell of immobility, the skeletal figures on the front cover of A Pyrrhic Existence look like the lifeless bodies of Fulci's movie, in a last attempt to return to the light. But there is no light filtering through the British band's music. The glows that we see inside the six monolithic compositions are synthesizer aurora borealis. Glacial flashes that accentuate the shadows. In a stasis that seems unavoidable, the spasmodic search for meaning - though doomed - makes the music alive, even if exhausting. If the sea of darkness is explorable, so it is Esoteric's abyss. While the band's stunning psychedelia is used as a magnet to suck in all energy, the angry riffs are like footsteps heavily lifting from quicksand, and melody traces new paths in the cosmic void. Even with their coldest record Esoteric show how it is possible to explore the abyss, composing the umpteenth masterpiece.

[R.T.]

giovedì 12 novembre 2020

Idles – Ultra Mono


Idles – Ultra Mono
(Partisan Records, 2020)

La rabbia e il sarcasmo degli Idles sono ciò che ricorderemo di questo 2020 che va in pezzi. Con onestà e idealismo da vecchi punk, gli Idles cercano di scendere a patti con l’immagine che si sono costruiti. Ma prima di riuscirci, ci fanno a pugni e poi ci si ubriacano insieme, come veri hooligans. Cercando di liberarsi delle aspettative che se ne stanno appollaiate come una scimmia sulla loro spalla, scrivono un disco per loro stessi (e per chi vorrà unirsi a loro).
Un disco che è un richiamo ad uno spirito di comunità che sia in grado di generarsi spontaneamente. Una comunità tenuta insieme da una unità di idee, sia politiche che artistiche. Circondandosi di collaboratori illustri (David Yow, Colin Webster, Warren Ellis, Jamie Cullum, Jehnny Beth), gli Idles omaggiano i loro idoli e dando vita ad un gruppo di musicisti al quale il pubblico potrà decidere se aggregarsi, qualora ne condivida gli intenti. “We are derivative […] We are naive. We are sloganeering”. Prendere o lasciare.
Concentrandosi sulla semplicità del riff e sull’immediatezza melodica, Ultra Mono suona meno deflagrante di Brutalism (2017). Ma non perché manchi d’energia, bensì perché questa viene incanalata come il proiettile nella canna di un fucile, anziché essere sbriciolata in schegge da una bomba. Con le sue cavalcate sghembe e nere che sembrano suonate a dorso del ronzino che si trova sulla copertina dell’ultimo Protomartyr, Ultra Mono suona meno irriverente di Joy as an act of resistance (2018). Ma non perché la band inglese abbia perso il senso dell’ironia o il gusto per la dissacrazione punk: bensì perché ora, nel loro 2020, il sorriso sardonico è rivolto verso loro stessi.
Nel 2020 gli Idles sono diventati grandi. E combattono l’eterna battaglia per mantenere la loro innocenza. Se il fatto stesso di essere consapevoli di essere ad un bivio del loro percorso, e di dover cercare di non perdere la strada della loro spontaneità, è un ragionamento razionale che di per sé implica una perdita di genuina spontaneità, Ultra Mono sta lì a dimostrare che una band può aver raggiunto la maturità senza aver perso la scintilla del “qui e ora”. Ed è qui ed ora, in questo 2020 di crisi sociale, che si sta creando una nuova comunità di cui gli Idles sono parte integrante.

[R.T.]

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Idles – Ultra Mono
(Partisan Records, 2020)

Idles’ rage and sarcasm are what we are going to remember of this 2020 which is falling apart. With the honesty and idealism of old punks, Idles try to come to terms with the image they built themselves. But before they do it, they fight it and then get drunk together, like real hooligans. Trying to get rid of those expectations roosted like a monkey on their shoulder, they write an album for themselves (and whoever wants to join them). 

A record that is a call to a community spirit capable of generating itself spontaneously. A community held together by a unity of ideas, both political and artistic. Surrounding themselves with illustrious collaborators (David Yow, Colin Webster, Warren Ellis, Jamie Cullum, Jehnny Beth), Idles pay homage to their idols and give life to a group of musicians to which the public can decide whether to join or not, in case they share their intents. “We are derivative […] We are naive. We are sloganeering". Take or leave.

Focusing on simplicity of riff and melodic immediacy, Ultra Mono sounds less explosive than Brutalism (2017). Yet not because it lacks energy, but because it is channeled like a bullet into the barrel of a gun, rather than being crumbled into splinters by a bomb. With its crooked black rides that seem to be played on the back of the nag on the front cover of the latest Protomartyr album, Ultra Mono sounds less irreverent than Joy as an act of resistance (2018). Yet not because the English band has lost the sense of irony or the taste for punk desecration: but because now, in their 2020, the sardonic smile is turned towards themselves. 

In 2020, Idles have grown up. And they fight the eternal battle to keep their innocence. If the awareness of being at a crossroads in their path, and of having to try not to lose the path of their spontaneity, is a rational reasoning that in itself implies a loss of genuine spontaneity, Ultra Mono is there to demonstrate that a band may have reached maturity without losing the spark of the "here and now". And it is here and now, in this 2020 of social crisis, that a new community is being created of which Idles are an integral part.

[R.T.]

martedì 13 ottobre 2020

Paradise Lost – Obsidian


Paradise Lost – Obsidian
(Nuclear Blast, 2020)

Ogni città ha una locanda sicura, aperta fino a notte fonda. Un rifugio sul quale possiamo contare nelle nottate in cui fuori infuria la tempesta. I Paradise Lost sono quel luogo, nell’universo dell’heavy metal. Quando all’esterno è rimasto silenzio e desolazione, e non riconosciamo più nostri simili, la band inglese ci mostra l’entrata attraverso un arpeggio dal sapore antico. In un attimo siamo in un altro mondo, in un’altra epoca. Una taverna di Winterfell, nell'estremo nord di Westeros. Al suo interno non la stanca rassegnazione di un luogo corroso dall’abitudine, bensì il calore appassionato di un covo di partigiani che progettano battaglie. Qui troviamo facce conosciute, vecchi amici che non si vogliono arrendere, e che mostrano un’energia inesauribile, frutto di una riuscita alchimia. Così, mentre una pandemia congela il mondo della musica, non solo  annichilendo i concerti, ma inibendo anche la pubblicazione dei dischi (che in questa epoca digitale non portano nessun guadagno alle band se non sono accompagnati da un tour), i Paradise Lost vanno controtendenza senza paura e pubblicano uno dei loro dischi migliori. Proseguendo il percorso intrapreso con i due - straordinari - predecessori, la band inglese infonde energia ad uno stile musicale decadente e rassegnato per definizione, mostrando ancora una volta nuove strade. Unendo romanticismo darkwave e potenza heavy metal, grazie anche al presioso contributo del giovane batterista Waltteri Väyrynen, i Paradise Lost compongono il loro disco più epico e grandioso, senza mai perdere il focus introspettivo che li ha sempre caratterizzati. La luce della locanda è accesa, in mezzo alla tormenta. Sta a noi entrare e unirsi alla resistenza.
[R.T.]

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Paradise Lost – Obsidian
(Nuclear Blast, 2020)  

Each town has a safe inn, open til late at the night. A shelter we can count on in those nights when  outside the storm is raging. Paradise Lost is that place, in the universe of heavy metal. When outside there are only silence and desolation, and we no longer recognize our fellowmen, the English band shows us the entrance through an arpeggio with an ancient flavour. In a moment we are in another world, in another era. A tavern in Winterfell, in the far north of Westeros. Inside it there isn't the tired resignation of a place corroded by habit, yet the passionate warmth of a hideout of partisans planning battles. Here we find familiar faces, old friends who do not want to give up, and who show inexhaustible energy, result of successful alchemy. So, while a pandemic freezes the world of music, not only annihilating concerts, but also inhibiting the release of records (which, in this digital age, do not bring any profit to the bands if they don't go on tour), Paradise Lost go fearlessly against this trend and release one of their best records. Combining darkwave romanticism and heavy metal power, thanks also to the precious contribution of the young drummer Waltteri Väyrynen, Paradise Lost compose their most epic and grandiose album, without ever losing the introspective focus that has always characterized them. The inn's light is on, amidst the blizzard. It is up to us to come in and join the resistance.
[R.T.]

giovedì 17 settembre 2020

Calibro 35 - 01.08.2020 - Rocca Malatestiana (Cesena)

 

Calibro 35 - 01.08.2020 - Rocca Malatestiana (Cesena)

Dopo tutti questi mesi ed ancora in mezzo a tante incertezze, il concerto dei Calibro 35 di stasera ha tutte le carte in regola per essere definito un evento eccezionale. E come tale l'ho vissuto. Quasi fosse una prima volta in senso assoluto.

L'organizzazione dell'evento è stata praticamente perfetta. E in un momento come questo, in cui c'è una certa tendenza al lassismo e opposte correnti tirano da una parte e dall'altra, vale la pena sottolinearlo.

Tornare ad un concerto dal vivo dopo tutti questi mesi mi ha fatto davvero riassaporare la bellezza di quando, ragazzina, andavo per la prima volta nei locali o ai primi festival, ed ero elettrizzata dall'evento, dalla bellezza unica che solo la musica dal vivo è capace di sprigionare. Perché un concerto è qualcosa che va oltre la musica. E' quell'unicum che viene fuori dall'unione di musica, band, locale, persone, atmosfera, e molto altro ancora. Potrai sentire mille volte una stessa band dal vivo, ma non ascolterai mai lo stesso concerto. 

In effetti i Calibro 35 li ho già sentiti svariate volte. E se mai nessuna volta è stata uguale alla precedente, questo concerto è stato quasi come sentirli per la prima.

Molti i pezzi dal nuovo Momentum, uscito ad inizio anno, quando ancora a malapena si parlava di pandemia. Se già il disco mi era piaciuto, dal vivo le nuove canzoni fanno sentire ancora più chiara la loro voce, rimarcando le nuove sfumature e la crescita della band milanese. Appunto di crescita ed evoluzione si tratta, e non di rottura. E lo si capisce bene guardando al quadro che compongono inserite nel resto della loro produzione, nell'alternanza fra le vecchie e le nuove tracce. Un tessuto coeso e ricco di sfaccettature. Una colonna sonora - addirittura un vero e proprio film - che tocca moltissimi temi ed emozioni, con grande ricchezza espressiva. Il set di stasera, la meravigliosa cornice della Rocca Malatestiana di Cesena, ha completato il quadro, rendendo davvero perfetto questo momento. 

Voglio tornare a vivere più spesso la musica dal vivo. Con nuove cornici e nuove modalità come stasera, magari. L'importante è che la musica continui a uscire dalle casse, giù dai palchi, davanti ad un pubblico di persone in carne e ossa.

[E.R.]


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Calibro 35 - 08.01.2020 - Rocca Malatestiana (Cesena)

After all these months and still in the midst of so many uncertainties, tonight's Calibro 35 concert has what it takes to be defined as an exceptional event. And as such I lived it. As if it were a first time in an absolute sense.

The organization of the event was practically perfect. And at a time like this, when there is a certain tendency to laxity and opposite currents pull from one side to the other, it is worth pointing it out.

Returning to a live concert after all these months made me really savour the beauty of when, as a young girl,  for the first time I went to clubs or festivals, and I was thrilled by the event, by the unique beauty that only live music is capable of unleashing. Because a concert is something that goes beyond music. It is that unicum that comes out of the union of music, band, club, people, atmosphere, and much more. You might listen to the same band live a thousand times, but you will never listen to the same concert.

Many pieces from the brand new Momentum, released at the beginning of the year, when there was still hardly any talk of a pandemic. If I already liked the album, live the new songs make their voices even clearer, underlining the new nuances and the growth of the band. It is a matter of growth and evolution, and not of rupture. And it can be understood looking at the painting they make up inserted in the rest of their production, in the alternation between the old and the new tracks. A cohesive and multi-faceted fabric. A soundtrack - even a movie - that touches many themes and emotions, with great expressive richness. Tonight's set, the wonderful setting of Rocca Malatestiana in Cesena, completed the picture, making this moment truly perfect.

I want to go back to concerts more often. With new settings and new modes like tonight, maybe. What matters is that music keeps going out of the speakers, down from the stages, in front of an audience of people in flesh and blood.

[E.R.]





mercoledì 27 maggio 2020

Caluvia - Insane


Caluvia - Insane
(Taxi Driver, 2020)

C’è una strada nel cuore della Toscana che collega lo stoner rock dei Caluvia a quello dei Mr Bison. Una strada che attraversa le colline, per poi arrivare fino al mare. Se la musica dei Mr Bison risuona alla fine di quella strada, dove la sabbia si tuffa in acqua, quella dei Caluvia ha vita all’estremo opposto, immersa nell’entroterra. Ma il percorso è lo stesso. Un itinerario che, più che attraversare fisicamente i luoghi più caratteristici della Toscana, è un percorso mentale che incontra il groove dei Clutch, le sciamaniche meditazioni dei Kyuss e le ombre scure dei Soundgarden. Se i Mr Bison possiedono la fluidità del mare, i Caluvia sono una roccia che si sgretola in nubi di polvere. Robusti e compatti, ma mai rigidi, i Caluvia suonano uno stoner rock strabordante di energia, fatto di riff pesanti ma elastici, e di melodie sempre coinvolgenti, al quale manca solo qualche granello di sporcizia nell’esecuzione vocale. Uno stoner rock che si conferma pienamente a suo agio tra le strade della Toscana.
[R.T.]

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Caluvia - Insane
(Taxi Driver, 2020)

There is a road in the heart of Tuscany that connects Caluvia's stoner rock to Mr Bison's one. A road that crosses the hills and then reaches the sea. If Mr Bison's music resounds at the end of that road, where the sand plunges into the water, Caluvia's one lives on the opposite end, immersed in the hinterland. Yet the path is the same. An itinerary that, more than physically going through the most characteristic places of Tuscany, is a mental path that meets Clutch groove, Kyuss shamanic meditations and Soundgarden dark shadows. If Mr Bison got the fluidity of sea, Caluvia are a rock that crumbles into clouds of dust. Sturdy and compact, but never stiff, Caluvia play a stoner rock overflowing with energy, made of heavy but elastic riffs, and always involving melodies, which is only missing a few grains of dirt in the vocals. A stoner rock which fully confirms himself at ease on the streets of Tuscany.
[R.T.]

venerdì 22 maggio 2020

Marnero – 22.02.2020 – Newroz (Pisa)


Marnero – 22.02.2020 – Newroz (Pisa)

L’ultimo concerto. Siamo ad un passo dal naufragio ma non lo sappiamo ancora. Le prime avvisaglie di tempesta all’orizzonte non ci fermano. Amici, risate, abbracci, tutto scorre nella direzione della (contro)corrente, in uno dei luoghi simbolo della (contro)cultura cittadina. Sembra di essere tornati indietro di 20 anni, invece siamo sull’orlo del futuro. Da domani niente sarà più come prima. Siamo sempre stati parte della ciurma del disastro, ma da domani, portare il fuoco sotto il diluvio sarà un’impresa ancor più indispensabile. Perché ogni catastrofe genera nuovi egoismi, e squali pronti ad approfittarne. “Malgrado tutto resistiamo in ogni città riconquistando il Tempo nel punto dove accadono le cose, non prima, non dopo. Non prima, non dopo”. E poco importa che il concerto dei Marnero stasera sia un mezzo disastro (i suoni soffocati, la voce a coprire tutto), anzi, è proprio tra le macerie della loro musica sull’orlo del collasso che le parole di JD Raudo risuonano come una scialuppa di salvataggio per quello che avverrà. “Questo è l’unico mondo possibile, e in questo mondo dobbiamo vivere in un altro modo, insieme, io, noi, loro. E noi siamo loro”.
[R.T.]
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Marnero – 02.22.2020 – Newroz (Pisa)

The last concert. We are one step away from the shipwreck but we don't know it yet. The first signs of a storm on the horizon do not stop us. Friends, laughter, hugs, everything flows in the direction of the (counter)current, in one of the symbolic places of the city (counter)culture. It seems to have gone back 20 years, instead we are on the verge of future. From tomorrow on nothing will be as before. We have always been part of the disaster crew, but starting tomorrow, bringing the fire under the flood will be an even more indispensable undertaking. Because every catastrophe generates new selfishness, and sharks ready to take advantage of it. “Despite everything, we resist in every city by regaining Time at the point where things happen, not before, not after. Not before, not after." And it doesn't matter that Marnero concert tonight is a half disaster (the muffled sounds, the voice covering everything), indeed, it is precisely in the rubble of their music on the verge of collapse that JD Raudo's words resonate like a lifeboat for what is going to happen. "This is the only possible world, and in this world we have to live in another way, together, me, us, them. And we are them."
[R.T.]

martedì 19 maggio 2020

Duel – 21.02.2020 – Cafè Albatross (Pisa)


Duel – 21.02.2020 – Cafè Albatross (Pisa)

In un momento storico in cui dobbiamo accontentarci di eventi in streaming ascoltati con il culo sul divano per avere un’esperienza condivisa tra band e pubblico, suona non soltanto nostalgico, ma anche romantico ricordare un concerto vero e proprio. Un concerto che in sé di romantico non pretendeva di avere nulla. Sudore, birra e distorsioni valvolari, in una stanza microscopica sovraffollata di facce amiche. Aspetti che sono parte integrante dell’esperienza live e che, da lì a poco, saremmo stati costretti a non poter rivivere, ma che sono indispensabili per veicolare tutta l’energia di una band rock, in particolare dei Duel. Una band che quella sera di fine febbraio ha regalato uno dei suoi migliori concerti, tra i tanti ai quali ho assistito. Con i pezzi dell’ultimo disco, Valley of Shadows, perfettamente integrati con i vecchi brani, e in grado di aggiungere un pizzico di melodia al groove dei loro riff sabbiosi. Nella serata in cui l’Italia iniziava a rendersi conto del pericolo Coronavirus, ma ancora era ignara degli stravolgimenti che questo avrebbe comportato nei nostri rapporti sociali, un evento di pura energia condivisa come il concerto dei Duel è un ricordo di romanticismo resistente. Condividere l’energia di un concerto significa restituire, da ascoltatori, ciò che la musica ci ha dato, sostenendo oggi più di prima tutte le realtà underground (band, etichette, locali, festival, agenzie di booking, negozi di dischi…) che usciranno da questo disastro con le ossa rotte. Questa è l’unica via per far scorrere nuovamente l’energia fuori dagli amplificatori.
[R.T.]
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Duel – 02.21.2020 – Cafè Albatross (Pisa)

In a historical moment in which we have to settle for streaming events listened to with our ass on the sofa to have a shared experience between band and audience, it sounds not only nostalgic but also romantic to remember a real concert. A concert that in itself did not claim to have anything romantic  Sweat, beer and tube distortions, in a microscopic room overcrowded with friendly faces. Aspects that are an integral part of the live experience and that, shortly thereafter, we would have been forced not to be able to re-experience, but which are essential to convey all the energy of a rock band, especially of a band like Duel. And that evening in late February they played one of their best concerts among the many I attended. With the songs of the latest album, Valley of Shadows, perfectly integrated with the old ones, and able to add a touch of melody to the groove of their sandy riffs. In the evening when Italy began to realize the Coronavirus danger, but still was unaware of the upheavals that this would have entailed in our social relationships, an event of pure shared energy such as Duel's concert is a memory of resistant romance. Sharing the energy of a concert means giving back, as listeners, what music has given us, supporting today more than ever all underground realities (bands, labels, clubs, festivals, booking agencies, record shops...) that will come out of this disaster with broken bones. This is the only way to let the energy flow out of the amplifiers again.
[R.T.]

sabato 16 maggio 2020

A Gozerian Night [Tons + Burning Gloom + Dogs for Breakfast + Carmona Retusa + Danse Macabre] – 25.01.2020 – Spazio211 (Torino)


A Gozerian Night [Tons + Burning Gloom + Dogs for Breakfast + Carmona Retusa + Danse Macabre] – 25.01.2020 – Spazio211 (Torino)

Gozer è un pò lo Cthulhu dei ragazzini nerd degli anni '80. Il demone dei Ghostbusters, rimasto nell’immaginario collettivo per la sua materializzazione sotto forma di pupazzone vestito da marinaio, è il simbolo perfetto per rappresentare questa serata torinese, a metà tra heavy metal gigantesco e godzilliano, e stoner rock con occhi arrossati e risate convulse, voluta caricatura della musica heavy.

Entro nello Spazio211 sulle prime bordate del duo (chitarra e batteria) Danse Macabre. Con riff grassi e sanguinolenti come quelli degli Entombed del periodo death n’ roll, ma con qualche concessione post metal melodica, sono un’adeguata prima evocazione dello spirito maligno, anche se ancora un po’ acerba.

Mi perdo i Noise Trail Immersion per mangiarmi un hamburger nell’ampio giardino del locale, e quando rientro l’atmosfera è completamente cambiata. I Carmona Retusa sono infatti una noise band che sembra uscita dagli anni '90 cuneesi. Ma a differenza dello spirito poetico dei Marlene Kuntz, la band torinese possiede un nervosismo tipicamente americano. I riff si scheggiano in feedback e dissonanze, i ritmi sono ossessivi (solo a tratti eccessivamente ripetitivi), mentre la voce, abrasiva, declama versi in italiano con il tipico incedere del rock alternativo tricolore. Una scoperta assolutamente esaltante per ogni appassionato delle sonorità Amphetamine Reptile come me.

Dalle riflessioni intellettuali dei Carmona Retusa alla forza bruta dei Dogs for Breakfast il salto sembra avvenire attraverso un portale interdimensionale. Ma è bellissimo farsi sbalzare in quest’altro universo, soprattutto perché l’energia attrattiva è così potente che sembra di essere risucchiati da una trappola acchiappafantasmi. I Dogs for Breakfast sono una calamita che ti sbalza sotto il palco, nel pogo, tra macigni di riff, veri e propri asteroidi stoner/sludge in stile High on Fire. Straordinari, band della serata!

I Burning Gloom raffreddano i muscoli, ma infiammano ancor di più il cuore. Il loro hard rock alternativo, con sfumature settantiane, pesantezza doom e rotondità stoner, è reso particolarmente passionale dall’incredibile voce di Laura Mancini, tanto potente, versatile e tecnicamente impeccabile, quanto personale. Le atmosfere da occult rock più che rifarsi esclusivamente a sonorità del passato (come nella stragrande maggioranza delle band del genere), attraversano la linea del tempo pescando anche nel rock alternativo degli anni '90 e nello sludge del nuovo millennio, senza mai perdere di vista il calore emotivo della melodia.

Gozer in versione “omino Michelin” si presenta a noi sotto forma dei Tons. Il gigantesco sludge della band torinese appare nella sua nebbiosa e umida città come un enorme King Kong strafatto, che si muove al rallentatore abbattendo tutto ciò che incontra. Lampi psichedelici come flussi verdastri sparati da zaini protonici, alternati a mazzate di riff ultragonfi. Le urla di Weed Mason sono la voce del demonio, ovviamente sotto l’effetto di qualche sostanza, che si insinua tra le crepe del muro di distorsione eretto dalla band, come tentacoli di una creatura ideata da Lovecraft.

Con il magma sonoro dei Tons (che con Abbath’s Psychedelic Breakfast vincono il premio “miglior titolo di sempre”) si conclude questa serata/evento capace di riunire (in uno dei pochi storici locali alternativi italiani rimasti) molte variegate e valide band tutte italiane, accomunate dalla passione per suoni pesanti, riff serrati e melodie non convenzionali. Un mix perfetto e riuscito, che ha infatti richiamato e accolto un pubblico davvero numeroso e di appassionati.
[R.T.]

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A Gozerian Night [Tons + Burning Gloom + Dogs for Breakfast + Carmona Retusa + Danse Macabre] – 01.25.2020 – Spazio211 (Torino)

Gozer is in some way the Cthulhu of 80s nerdy kids. The Ghostbusters demon, alive in the collective imagination for its materialization as an enormous puppet dressed as a sailor, is the perfect symbol of this Turinese evening, halfway between gigantic and Godzillian heavy metal, and stoner rock with red eyes and convulsive laughter, done on purpose caricature of heavy music.

I enter Spazio211 on the first strokes of the duo (guitar and drums) Danse Macabre. With fat and bloody riffs like those of the Entombed of the death n 'roll period, yet with some post metal melodic concessions, they are an adequate first evocation of the evil spirit, even if still a little bit immature.

I miss Noise Trail Immersion to eat a hamburger in the large garden of the venue, and when I come back inside the atmosphere has completely changed. Indeed Carmona Retusa are a noise band that seems to come out of 90s Cuneo. But unlike the poetic spirit of Marlene Kuntz, the Turinese band has a typically American nervousness. Riffs splinter in feedbacks and dissonances, rhythms are obsessive (only at times excessively repetitive), while the abrasive voice declaims verses in Italian with the typical gait of tricolour alternative rock. An absolutely exciting discovery for any Amphetamine Reptile's sounds enthusiast like me.

From Carmona Retusa intellectual reflections to Dogs for Breakfast brutal force, this leap seems to take place through an interdimensional portal. Yet it is great to be thrown into this other universe, especially because the attractive energy is so powerful that it seems to be sucked into a ghost catcher trap. Dogs for Breakfast are a magnet that throws you off the stage, in the moshpit, among boulders of riffs, real stoner/sludge asteroids in High on Fire style. Extraordinary, band of the evening!

Burning Gloom cool the muscles, but inflame the heart even more. Their alternative hard rock, with 70s hints, doom heaviness and stoner roundness, is made particularly passionate by Laura Mancini's incredible voice, as powerful, versatile and technically impeccable as it is personal. The occult rock atmospheres more than refer exclusively to sounds of the past (as in the vast majority of the bands of this genre) cross the timeline also fishing into 90s alternative rock and into the sludge of the new millennium, without ever losing sight of the emotional warmth of the melody.

Gozer in his "Michelin mascot" version intoroduces himself to us in the form of Tons. The gigantic sludge of the Turinese band appears in its misty moist city like a huge ultra-stoned King Kong, moving in slow motion, knocking down everything he finds along his path. Psychedelic flashes like greenish streams fired from protonic backpacks, alternating with blows of mastodontic riffs. Weed Mason's screams are the voice of the devil, obviously under the effect of some substance, insinuating between the cracks of the distortion wall erected by the band, like tentacles of a lovecraftian creature.

With the sonic magma created by Tons (who with Abbath's Psychedelic Breakfast win the "best title ever" award) comes to its conclusion this evening/event able to bring together (in one of the few surviving Italian historic alternative venues) many varied valid all Italian bands, united by the passion for heavy sounds, tight riffs and unconventional melodies. A perfect and successful mix, which has in fact attracted and welcomed a truly large audience of enthusiasts.
[R.T.]


domenica 10 maggio 2020

Monolord – No Comfort


Monolord – No Comfort
(Relapse, 2019)

I dischi dei Monolord sono come le puntate di Stranger Things. Se sei nerd e sei fissato con un certo tipo di immaginario non puoi non innamorartene. Se sei cresciuto negli anni '80 non puoi non divertirti come un matto di fronte alle avventure di Dustin e compagni, così come, se sei cresciuto ascoltando i Black Sabbath e tutto lo stoner doom degli anni '90/'00 non puoi non esaltarti con la musica del trio svedese. La retromania che porta i quarantenni a guardare Stranger Things è simile a quella dei barbuti metallari della stessa età di fronte ai riffoni ciccioni, ma elastici, di Thomas Jäger. Ma non c’è solo nostalgia in tutto questo. La centrifuga di citazioni e omaggi, tanto precisi, dettagliati e circostanziati da sembrare fredde costruzioni di un algoritmo (come le playlist di Spotify), nasconde in realtà una personalità autentica, ben radicata nel presente. E non solo perché questa rilettura postmoderna del passato è una caratteristica dell’oggi. Così come Ritorno al futuro guardava agli anni '50 con gli occhi di un adolescente degli anni '80 (che quegli anni non li aveva mai vissuti se non nei racconti dei genitori), così Stranger Things e, per continuare il parallelo, i Monolord si pongono l’obiettivo di introdurre i millennials in un mondo così distante dal loro quotidiano da risultare un vero e proprio universo parallelo. Questo grazie ad una sensibilità tipica del nuovo millennio: il ritmo narrativo per Stranger Things, l’immediatezza melodica per i Monolord. E’ proprio questo che li rende unici.  Il gusto melodico degli svedesi, che nel primo disco sotto Relapse raggiunge la completa maturità, è assolutamente inedito per il genere. La naturalezza compositiva con la quale si sviluppano le canzoni ricorda la facilità con la quale si esprimeva Kurt Cobain con la sua voce e gli Iron Maiden con i loro intrecci di chitarra. Mai Electric Wizard, Sleep o Cathedral erano arrivati – e neanche ci avevano provato - fino a questo punto. I Monolord hanno fatto ad un genere di nicchia ciò che Stranger Things ha fatto con la cultura di massa, raggiungendo con No Comfort la vetta della loro discografia.
[R.T.]
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Monolord – No Comfort
(Relapse, 2019)

Monolord records are like Stranger Things episodes. If you are a nerd and if you are obsessed with a certain kind of imagination, you cannot help but fall in love with it. If you grew up in the 80s you cannot but have fun like crazy watching Dustin & co adventures, as well as, if you grew up listening to Black Sabbath and all the 90s/00s stoner doom you cannot but be excited by the music of the Swedish trio. The retromania that makes 40-year-olds watch Stranger Things is similar to that of bearded metalheads of the same age listening to the fat, yet elastic, Thomas Jäger's riffs. But there is not only nostalgia in all this. The centrifuge of quotes and tributes, so precise, detailed and specific as to seem cold constructions of an algorithm (like Spotify playlists), actually hides an authentic personality, well rooted in the present. And not just because this postmodern rereading of the past is a characteristic of today. Just as Back to the future looked at the 50s through the eyes of an 80s teenager (who had never lived those years except in the stories of his parents), so Stranger Things and, to continue the parallel, Monolord set the goal of introducing millennials into a world so distant from their everyday life to be for them as a real parallel universe. All this thanks to a sensitivity typical of the new millennium: the narrative rhythm for Stranger Things, the melodic immediacy for Monolord. The melodic taste of the Swedes, which reaches full maturity in their first album under Relapse, is absolutely original for the genre. The compositional spontaneity with which the songs are developed recalls the ease with which Kurt Cobain expressed himself with his voice and Iron Maiden with their guitar weaves. Never before had Electric Wizard, Sleep or Cathedral made it to this point - and they hadn't even tried. Monolord have done to a niche genre what Stranger Things has done with mass culture, reaching the top of their discography with No Comfort.
[R.T.]

mercoledì 6 maggio 2020

Kadavar – For the Dead Travel Fast


Kadavar – For the Dead Travel Fast
(Nuclear Blast, 2019)

“Sul bordo di un precipizio terrificante… con una spaccatura profonda in cui vi è un abisso [con] fili d’argento, dove i fiumi si snodano in gole profonde”. Qui, dove la natura selvaggia ha la meglio sulla razionalità umana, si trova il castello al quale Bram Stoker si ispirò per ambientare la storia del suo conte sanguinario. E proprio quel castello, che incombe inquietante sulla copertina del quinto album dei Kadavar, è il luogo in cui la musica della band tedesca si manifesta. Tra quelle mura, e nella mente di chi le abita, aleggia una densa nebbia e danzano i demoni. Distorcendo la percezione come mai fatto prima, i Kadavar creano la loro personale visione del dark sound che in questi anni ha affascinato tante band dedite alla riscoperta del rock anni '70. Ma a differenza di altri che avevano intrapreso questo sentiero prima di loro, il viaggio dei Kadavar verso il lato oscuro non è un’orgiastica messa nera di matrice prog o una spaventosa discesa nelle catacombe del doom, bensì una spirale psichedelica che entra nella mente del malvagio. Una mente assetata di lussuria, ma al tempo stesso romantica, imprigionata negli angoli più bui della notte. Al di là della nebbia che dilata il tempo, oltre l’ultima porta che si trova in fondo al più lungo dei corridoi, i Kadavar nascondono ancora il loro cuore rock, caratterizzato da melodie epiche e riff trascinanti, che in certi momenti si colorano di doom sepolcrale. Ma ciò che rende For the Dead Travel Fast un disco unico, e non solo nella discografia del trio berlinese, è quel senso di mistero, inquietudine e malinconia che si prova cercando di osservare cosa si cela al di là della notte.
[R.T.]
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Kadavar – For the Dead Travel Fast
(Nuclear Blast, 2019)

"On the edge of a terrifying precipice ... with a deep rift in which there is an abyss [with] silver threads, where rivers wind their way through deep gorges." Here, where wild nature prevails over human rationality, there is the castle which inspired Bram Stoker for the set of the story of his bloodthirsty count. And precisely that castle, looming disturbingly on the cover of Kadavar fifth album, is the place where the music of the German band manifests itself. Within those walls, and in the minds of those who live there, a dense fog hovers and demons dance. By distorting perception like never before, Kadavar create their own vision of the dark sound that in recent years has fascinated many bands dedicated to the rediscovery of 70s rock. But unlike others who had taken this path before them, Kadavar's journey to the dark side is not an orgy black mass of prog matrix or a frightening descent into the doom catacombs, yet a psychedelic spiral that enters the mind of the evil. A mind thirsty for lust, but at the same time romantic, imprisoned in the darkest corners of the night. Beyond the fog that expands time, beyond the last door that is at the bottom of the longest of the corridors, Kadavar still hide their rock heart, characterized by epic melodies and enthralling riffs, which at times are colored with sepulchral doom. But what makes For the Dead Travel Fast a unique album, and not only in the discography of the Berlin trio, is that sense of mystery, restlessness and melancholy that is felt trying to observe what is hidden beyond the night.
[R.T.]

mercoledì 29 aprile 2020

The Well – 24.01.2020 – Cascina Bellaria Rural Music Club! (Sezzadio, AL)


The Well – 24.01.2020 – Cascina Bellaria Rural Music Club! (Sezzadio, AL)

Me li ricordavo più pelosi i The Well. Più barba (il chitarrista), capelli più lunghi (la bassista), melodie più ispide. E’ passato quasi un anno e mezzo dal concerto all’Albatross, e stasera i tre dimostrano di aver spazzolato via un po’ di polvere dal loro doom, pettinato con cura le melodie e dato un tocco di colore all’atmosfera. La band di Austin, la cui particolarità è sempre stata quella di abbinare una componente sognante al mood da cripta sotterranea dei primi Black Sabbath, stasera mi spiazza per aver colorato così tanto le mura della catacomba. L’intreccio luccicante delle voci contrasta con l’oscurità dei riff, che però non hanno perso un pelo dei loro tipici fuzz e groove: ma forse è proprio questa stridente contraddizione a rendere ancor più particolare la loro musica. Con il trascorrere del concerto, mi accorgo che ciò che è cambiato è l’atmosfera all’interno della tomba. La volta precedente, grazie ad un continuo richiamo a melodie orientali, avevo l’impressione di esser finito nei sotterranei di una piramide: caldi, soffocanti, con una maledizione che aleggiava al loro interno.
Adesso invece sono dentro una tomba di marmo splendente. Una tomba di marmo rosa, ma pur sempre una tomba. E devo ammettere che queste superfici brillanti si abbinano perfettamente all’immediatezza delle loro canzoni! Stasera i The Well hanno creato una versione onirica del doom metal, con atmosferee più soffuse ed eteree, e non solo grazie alla voce di Lisa Alley.
[R.T.]
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The Well – 01.24.2020 – Cascina Bellaria Rural Music Club! (Sezzadio, AL)

The Well. I remembered them definitely more hairy. More beard (the guitarist), longer hair (the bassist), more bristly melodies. Almost a year and a half has passed since their concert at Albatross, and tonight the three show that they have brushed some dust off their doom, carefully combed the melodies and given a touch of colour to the atmosphere. The band from Austin, one of whose main feature has always been that of combining a dreamy component with the underground crypt mood of the first Black Sabbath, tonight floors me for having coloured the walls of the catacomb so much. The shimmering intertwining of the voices contrasts with the darkness of the riffs, which however have not lost their typical fuzz and groove: but perhaps it is precisely this clashing contradiction to make their music even more unique. As the concert goes by, I realize that what has changed is the atmosphere inside the tomb. Last time, thanks to a continuous reference to oriental melodies, I had the impression of having ended up in the basement of a pyramid: hot, suffocating, with a curse hovering inside it. Now, instead, I'm inside a shining marble tomb. A pink marble tomb, but still a tomb. And I must admit that these brilliant surfaces perfectly match the immediacy of their songs! Tonight The Well have created a dreamlike version of doom metal, with more suffused and ethereal atmospheres, and not only thanks to Lisa Alley's voice.
[R.T.]

domenica 26 aprile 2020

Cult of Luna – A Dawn to Fear


Cult of Luna – A Dawn to Fear
(Metal Blade, 2019)

Per anni ho ascoltato musica, letto libri e guardato film di fantascienza distopica, consapevole che questa possedesse una capacità d’analisi della realtà e dei suoi possibili sviluppi futuri. Ma, sinceramente, finché la vita quotidiana non si è trasformata nella sceneggiatura di un film di John Carpenter - o David Cronenberg - e non ha assunto le atmosfere apocalittiche dei dischi di Neurosis, Isis o Cult of Luna, non pensavo che tutto questo potesse realizzarsi in modo letterale. Essendosi dimostrate quasi premonitrici, le riflessioni e gli interrogativi sollevati da questi visionari necessitano più che mai, proprio adesso, di essere ascoltate. Così immergersi nei quasi 80 minuti di A Dawn to Fear, ultimo disco dei Cult of Luna, non è solo catartico, ma proprio formativo. “Il cielo sopra il porto era del colore di uno schermo televisivo sintonizzato su un canale morto”. Così inizia il Neuromante di William Gibson, e con questa atmosfera si apre il disco. Messe parzialmente da parte le visioni spaziali di Vertikal e Mariner, la band svedese crea un universo grigio fatto di riff di cemento armato, dissonanze metalliche e ampie vetrate che osservano una città deserta. Una città che si affaccia sul mare - talvolta tempestoso, talvolta così calmo da sembrare in attesa della bufera. Nel perfetto equilibrio tra potenza esplosiva e contemplazione malinconica, tra oppressione insostenibile e speranza di riscatto, sta lo splendore di questo album. Non un concept album, a discapito dell’organicità narrativa dell’insieme, ma otto lunghe riflessioni su una realtà oscura e sul desiderio bruciante di affrontarla in modo attivo, senza farsi travolgere da essa. Una delle opere più affascinanti della band, e indubbiamente una delle più attuali. “We break the silence with our heartbeats”.
[R.T.]
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Cult of Luna – A Dawn to Fear
(Metal Blade, 2019)

For years I've been listening to music, reading books and watching dystopian science fiction movies, aware that these possessed an ability to analyze reality and its possible future developments. But honestly, until everyday life turned into the script of a John Carpenter's - or David Cronenberg's - movie and took on the apocalyptic atmospheres of Neurosis, Isis or Cult of Luna records, I didn't think all this could become literally real. Having proved almost premonitory, right now the reflections and questions raised by these visionaries need more than ever to be listened to. So, diving into the almost 80 minutes of A Dawn to Fear, Cult of Luna latest album, is not only cathartic, but really formative. "The sky above the port was the color of television, tuned to a dead channel". This is how William Gibson's Neuromancer begins, and with this atmosphere the album opens itself. Partially put aside the space visions of Vertikal and Mariner, the Swedish band creates a gray universe made of reinforced concrete riffs, metallic dissonances and large windows staring at a deserted city. A city overlooking the sea - sometimes stormy, sometimes so calm that it seems to be waiting for the storm. In the perfect balance between explosive power and melancholy contemplation, between unsustainable oppression and hope of liberation, there lies the splendor of this album. Not a concept album, at the expense of the narrative organicity of the whole, but eight long reflections on a dark reality and the burning desire to face it actively, without being overwhelmed by it. One of the most fascinating works of the band, and undoubtedly one of the most current. “We break the silence with our heartbeats”.
[R.T.]

martedì 21 aprile 2020

Bologna Violenta – 11.01.2020 – Freakout Club (Bologna)


Bologna Violenta – 11.01.2020 – Freakout Club (Bologna)

Quando ero piccolo provavo attrazione e repulsione per un’enciclopedia medica dei miei genitori. Guardare quelle foto di malformazioni fisiche era tanto disturbante quanto magnetico. La musica di Bologna Violenta ha su di me più o meno lo stesso effetto. Mi sento sporco ad ascoltarla, ma non posso farne a meno. Soprattutto quando racconta storie reali come quelle della Uno Bianca. Una storia drammatica e terribile, che ha stroncato la vita di decine di persone (e delle loro famiglie) e terrorizzato un paese intero. Ma anche una storia folle, surreale e grottesca, perversamente affascinante. Ascoltare Nicola Manzan che esegue interamente il disco dedicato a quel capitolo nero della storia italiana, proprio in quella Bologna che fu uno dei teatri principali degli eventi, è per me imperdibile. Da solo, sul palco del Freakout, Manzan trasforma le smitragliate dei fratelli Savi in assalti cybergrind. Fughe a velocità folle, auto che inchiodano, inversioni con gomme che stridono, fucilate nella folla ed esecuzioni glaciali. Tutto con una chitarra sparata a mille, accompagnata da drum machine e sampler. Agghiaccianti videoproiezioni raccontano il delirio dei tre fratelli. I rintocchi di una campana per ogni persona uccisa lasciata sulla strada, in una pozza di sangue, rendono il racconto musicale ancor più spaventoso. E’ quando Manzan ripone la chitarra per il violino che il dramma e la sofferenza delle vittime, prima suggeriti, diventano espliciti. L’omaggio che la città di Bologna tributa ai carabinieri uccisi nel gennaio del 1991, o il suicidio del padre dei Savi, vinto dalla vergogna, sono i momenti più toccanti. Momenti nei quali si palesa l'umanità in questa storia di violenza insensata.

Estratti per lo più da Il nuovissimo mondo, i racconti paradossali del bis alleggeriscono la tensione nonostante la musica pesti sempre come il batticarne di un macellaio impazzito e gli schizzi di sangue mi finiscano sempre negli occhi, anzi, negli orecchi. Ma ora siamo di fronte ad un Mondo Movie, un documentario di efferatezze e assurdità che giocano tra realtà e fantasia (perversa).

Quel che rimarrà memorabile di questo concerto sarà una storia di questa città. Una storia raccontata attraverso l’immane ferocia degli assassini, ma al tempo stesso anche attraverso il dolore delle vittime, e il disgusto e la paura di una comunità sconvolta dall’assurdità del male.
[R.T.]
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Bologna Violenta – 01.11.2020 – Freakout Club (Bologna)

When I was a child, I felt attraction and repulsion for my parents' medical encyclopedia. Looking at those photos of physical malformations was as disturbing as magnetic. Bologna Violenta music has more or less the same effect on me. I feel dirty listening to it, but I can't help it. Especially when it tells real stories like those of the Uno Bianca. A dramatic terrible story, which has killed dozens of people (and their families) and terrified an entire country. But also a crazy, surreal and grotesque story, perversely fascinating. Listening to Nicola Manzan who entirely performs the album dedicated to that black chapter of Italian history, precisely in Bologna which was one of the main theaters of the events, is unmissable for me. On the Freakout stage, Manzan transforms the Savi brothers' machine-gun fires into cybergrind assaults. Escapes at insane speed, cars slamming on the breaks, u-turns with screeching tires, shots in the crowd and glacial executions. All this with a shooting guitar, accompanied by drum machines and samplers. Dreadful video projections tell the delusion of the three brothers. The rings of a bell for each killed person left on the road, in a pool of blood, makes the musical story even more frightening. It is when Manzan puts away the guitar for the violin that the drama and suffering of the victims, previously suggested, become explicit. The tribute that the city of Bologna pays to those carabinieri killed in January 1991 and the suicide of Savi's father (overcome by shame) are the most touching moments. Moments in which humanity reveals itself in this story of senseless violence.

Mostly extracted from Il nuovissimo mondo, the paradoxical tales of the encore relieve tension despite the music always pounds like the meat mallet of a crazy butcher and the splashes of blood always end up in my eyes, indeed, in my ears. But now we are facing a Mondo Movie, a documentary of brutality and absurdity playing between reality and (perverse) fantasy.

What will remain memorable of this concert will be a story of this city. A story told through the immense ferocity of the killers, but at the same time also through the pain of the victims, and the disgust and fear of a community devastated by the absurdity of evil.
[R.T.]

sabato 18 aprile 2020

La morte viene dallo spazio – 02.01.2020 – Officina Giovani (Prato)


La morte viene dallo spazio – 02.01.2020 – Officina Giovani (Prato)

Il 2020 si presenta con oscuri presagi. Un'astronave aliena viene a portarci una musica fatta di "cattive" vibrazioni e il primo concerto dell'anno, con il senno di poi, sembra un messaggio in codice non ascoltato, così come ignorate erano le profezie di Cassandra. 

La psichedelia oscura ed esoterica de La morte viene dallo spazio nasce in quelle galassie in cui fluttuavano i corrieri cosmici tedeschi dei primi anni '70. Ma lungo il suo percorso, prima di raggiungere il nostro pianeta, incontra anche i deliri degli Hawkwind e di certo post punk lisergico. Gli occhi di ghiaccio di Melissa Crema sono ipnotici così come la musica creata dalla sua band, che stordisce con i suoi tempi dilatati e la sua forma fluida e cangiante. Un flauto ci guida, come fossimo i bambini della fiaba dei fratelli Grimm, attraverso onde di chitarra (affidata a Stefano Basurto dei Giöbia) e disturbi magnetici creati dal theremin, tra sconfinati deserti di droni e aurore boreali. Meravigliosi e spaventosi al tempo stesso, i pianeti sconosciuti verso i quali siamo condotti sembrano provenire da un episodio di Star Wars o, più precisamente, da un surreale B-movie fantascientifico degli anni '50-'60 (come quello che ha dato il nome alla band). 

Quella sera ho assistito all'esecuzione della colonna sonora di un film immaginario oppure si è  trattato di un vero e proprio avvertimento, un messaggio criptato che al tempo non ero riuscito a cogliere?
[R.T.]

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La morte viene dallo spazio – 01.02.2020 – Officina Giovani (Prato)

Year 2020 presents itself with dark omens. An alien spaceship comes to bring us a music made of "bad" vibrations and the first concert of the year, with the benefit of hindsight, seems an unlistened coded message, just as Cassandra's prophecies were ignored.

La morte viene dallo spazio's dark and esoteric psychedelia was born in those galaxies in which the German cosmic couriers of the early 70s used to float. But along its way, before reaching our planet, it also encounters Hawkwind's delusions as well as those of certain post-lysergic punk. Melissa Crema's icy eyes are hypnotic as well as the music created by her band, which stuns with its dilated tempo and its fluid and iridescent shape. A flute guides us, as if we were the children of the Grimm brothers' fairy tale, through guitar waves (entrusted to Stefano Basurto from Giöbia) and magnetic disturbances created by the theremin, among boundless deserts of drones and northern lights. Wonderful and scary at the same time, the unknown planets to which we are led seem to come from a Star Wars episode or, more precisely, from a surreal sci-fi B-movie of the 50s-60s (like the one that gave the name to the band).
That night I attended the execution of the soundtrack of an imaginary movie or was it a real warning, an encrypted message that at the time I was unable to catch on?
[R.T.]