lunedì 18 giugno 2018

Monster Magnet – Mindfucker


Monster Magnet – Mindfucker
(Napalm Records, 2018)

I Monster Magnet non sono mai stati un esempio di sobrietà. Dagli eccessi di sostanze psicotrope degli esordi che deviavano l’hard rock verso le galassie più remote con sovrabbondanza di flanger e delay, agli eccessi alcolici e anfetaminici del rock macho che ha caratterizzato la seconda parte della loro carriera, fino al ritorno nel cosmo degli ultimi tempi. Dopo tanti anni (quasi trenta) di carriera, Dave Wyndorf torna al rock primordiale dal quale gran parte della musica “dura” è nata: quel proto punk che come un Big Bang è esploso nei garage di Detroit verso la fine degli anni '60 per generare una stirpe di musicisti ribelli e anticonformisti. Ovviamente Wyndorf reinterpreta la grezza e viscerale energia di Stooges ed MC5 con il suo tipico gusto per l’eccesso. I tarantolati balli di Iggy Pop diventano potenti sfuriate stoner nelle mani di Wyndorf, musicista certamente meno agile, sinuoso e ammiccante dell'iguana del rock, ma comunque esaltante col suo sovraccarico di steroidi. Muscoli pompati a mille, insomma (I'm God), ma anche cervello in pappa (la title track). Ogni eccesso ha le sue conseguenze però: dopo una prima parte sparata a mille, durante la quale si fa fatica a stare fermi, Mindfucker dapprima si lascia andare in un’affascinante malinconia romantica (Drowning), poi inizia a calare il proprio livello energetico fino a sfiorare la stanchezza (nonostante la divertente cover di Ejection degli Hawkwind). Ma la splendida When the Hammer Comes Down chiude il disco spazzando via ogni dubbio sui Monster Magnet attuali: anche se la sregolatezza determinerà un invecchiamento precoce, vale la pena rompere i freni per gustarsi la libertà, almeno un'ultima volta.
[R.T.]
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Monster Magnet – Mindfucker
(Napalm Records, 2018)

Monster Magnet have never been an example of sobriety. From the excesses of psychotropic substances of the beginnings diverting hard rock towards the most remote galaxies with overabundance of flanger and delay, to the alcoholic amphetaminic excesses of that macho rock characterizing the second part of their career, until the return into the cosmos of recent years. After so many years (almost thirty) of career, Dave Wyndorf returns to the primordial rock from which much of the "hard" music was born: that proto punk that like a Big Bang exploded in Detroit garages in the late 60s to generate a lineage of rebel unconventional musicians. Obviously Wyndorf reinterprets the raw and visceral energy of Stooges and MC5 with his typical taste for excess. Iggy Pop's tarantula-like dances become powerful stoner outbursts in Wyndorf's hands, certainly less agile sinuous and flirty musician than the iguana of rock, yet still exciting with his steroid overload. Ultra-pumped muscles, in short (I'm God), but also a damaged brain (the title track). Each excess has its consequences, however: after a first part at full speed, in which it is hard to stand still, Mindfucker first lets itself indulge in a fascinating romantic melancholy (Drowning), then begins to drop its energy level up to touch the tiredness (despite the funny cover of Ejection by Hawkwind). But the wonderful When the Hammer Comes Down closes the record sweeping away any doubt about current Monster Magnet: even if the unruliness will cause premature aging, it is worth breaking the brakes to enjoy freedom, at least one last time.
[R.T.]

giovedì 14 giugno 2018

Minami Deutsch - With Dim Light


Minami Deutsch - With Dim Light
(Guruguru Brain, 2018)

Nasce su un'isola la musica dei Minami Deutsch. In continuo contatto con i movimenti del mare e con il vento di libertà che soffia sulla sua superficie. Un'isola che è però anche massimo esempio di disciplina, e ordine. Da questo contrasto di fluttuazioni ondivaghe e strutture rigide e definite nasce la musica di questa band giapponese. Un rock psichedelico che sembra un'architettura costituita da lunghi corridoi che si aprono a raggiera in modo geometrico e ripetitivo (il krautrock labirintico di Tunnel, I've Seen a U.F.O. e Don't Wanna Go Back), ma anche da ampie vetrate con vista sull'Oceano e sul riflesso che il Sole rosso proietta su di esso. I giovani nipponici dimostrano una profonda comunione di intenti e sensibilità con la scena musicale che animò la Germania nei primi anni 70, ma possiedono anche una delicatezza tipicamente orientale. Come una brezza leggera che soffia tra i rami di un minuscolo bonsai, piantato in cima ad un geometrico grattacielo di Tokyo.
[R.T.]

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Minami Deutsch - With Dim Light
(Guruguru Brain, 2018)

Minami Deutsch music is born on an island. In continuous contact with the movements of the sea and with the wind of freedom that blows on its surface. An island that is also the greatest example of discipline and order. The music of this Japanese band is born from this contrast of undulating fluctuations and rigid defined structures. A psychedelic rock that looks like an architecture made up of long corridors that radiate out in a geometric repetitive way (the labyrinthine krautrock of Tunnel, I've Seen a UFO and Don't Wanna Go Back), but also of large windows with view upon the ocean and the reflection that the red sun casts on it. The young Japanese show a deep communion of intent and sensitivity with the music scene that animated Germany in the early 70s, but they also possess a typically oriental delicacy. Like a light breeze blowing through the branches of a tiny bonsai, planted on top of a geometric Tokyo skyscraper.
[R.T.]

lunedì 4 giugno 2018

Eyehategod + The Mild – 10.05.2018 – OZ (Bologna)


Eyehategod + The Mild – 10.05.2018 – OZ (Bologna)

Dopo il trapianto di fegato del 2016, ritrovare Mike Williams su un palco è sicuramente sorprendente. Ma chi lo aveva visto in concerto nel 2015 (quando aveva appena superato ogni sorta di problema con giustizia e droga) sapeva che, per quanto sempre sul filo del rasoio, questo vecchio "tossico" apparentemente irrecuperabile, ha una fibra straordinaria. Anche stasera lo dimostra.

Aprono la serata i The Mild, con il loro post hardcore deviato e rugginoso, che alterna sfuriate rabbiose, stridori dissonanti e rallentamenti soffocanti. Anche se i suoni non valorizzano appieno la potenza della band veneziana (che avevo avuto modo di apprezzare al Disintegrate Your Ignorance Fest 2017) l’antipasto a base di chiodi, insetti morti e siringhe, offerto dal trio, stimola l’appetito per l’abominio sonoro che arriverà subito dopo.

Il piatto principale è un misto di feedback e dissonanze acide che rendono il blues una musica perversa oltre il limite dell’immaginabile. Così ci accolgono gli Eyehategod. Non poteva esserci palcoscenico migliore di quello di un centro sociale autogestito dall’atmosfera post industriale, con un grado di temperatura e umidità paragonabile a quella delle paludi di New Orleans. Sudice tirate hardcore mostrano la violenza che la band continua a sprigionare anche dopo 30 anni di carriera, e il pubblico raccoglie con entusiasmo queste schegge di rabbia gettandosi nel pogo. Nei brani lenti, nei quali le maledizioni del delta del Mississippi diventano ineluttabili come macigni doom e deviate come noise rock, è Jimmy Bower, con i suoi riff grassi e unti, a farla da padrone (anche perché, purtroppo, è rimasta una sola chitarra dal vivo, e l'assenza di Brian Patton si fa sentire). Ma se Bower sembra fisicamente soffrire il caldo, Williams non cede di un millimetro e sputa veleno come un ragazzino hardcore, tenendosi in equilibrio con l’aiuto dell’asta del microfono. Ok, non è che Mike sia proprio il ritratto della salute. Però, come dimostra il fatto che non siano necessari siparietti deliranti per fargli riprender fiato (come invece accadeva nel 2015, quando ogni canzone, per quanto cantata perfettamente, era seguita da caracollanti vaneggiamenti da tossici), Mike canta alla grande e, soprattutto, è vivo e lotta qui con noi.
[R.T.]

 

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Eyehategod + The Mild – 05.10.2018 – OZ (Bologna)

After the liver transplant in 2016, it is certainly surprising to find Mike Williams on stage. But those who saw him live in 2015 (when he had just overcome all sorts of problems with justice and drugs) knew that, although always on the cutting edge, this old apparently irrecoverable "toxic" has got an extraordinary fiber. Even tonight he proves it.

The Mild opens this evening with their rusty deviant post hardcore, alternating angry outbursts, dissonant screeches and suffocating slowdowns. Even if sounds do not fully enhance the power of the Venetian band (which I had the chance to appreciate at Disintegrate Your Ignorance Fest 2017) the appetizer based on nails, dead insects and syringes, offered by the trio, stimulates the appetite for the sound abomination that will come soon after.

The main dish is a mixture of feedbacks and acid dissonances making blues a perverse music beyond the limit of the imaginable. This is how Eyehategod welcomes us. There could not have been a better stage than a squat with a post-industrial atmosphere, with a degree of temperature and humidity comparable to that of New Orleans marshes. Dirty hardcore parts show the violence the band continues to unleash even after 30 years of career, and the audience enthusiastically collects these splinters of anger by throwing themselves into the mosh. In the slow tracks, in which the curses of the Mississippi delta become ineluctable as doom boulders and crooked as noise rock, the master is Jimmy Bower, with its fat and greasy riffs (also because, unfortunately, there is only one live guitar, and the absence of Brian Patton is felt). But if Bower seems to suffer physically the heat, Williams does not give in a millimeter and spits venom like a hardcore kid, balancing himself with the help of the microphone stand. Ok, it's not like Mike is the portrait of health. However, as evidenced by the fact that ther is no need of delirious gags to let him take a breath (as happened in 2015, when every song, as perfectly sung, was followed by toxic staggering ravings), Mike sings really great and, above all, he is live and fight here with us.
[R.T.]

 


giovedì 31 maggio 2018

Stones From the Hill - V Edition – High Reeper + Tuna de Tierra + Rancho Bizzarro – 01.05.2018 - Secret Show (Cecina, LI)

 

Stones From the Hill - V Edition – High Reeper + Tuna de Tierra + Rancho Bizzarro – 01.05.2018 - Secret Show (Cecina, LI)

Primo maggio: bella giornata di Sole da trascorrere in mezzo alla natura, con amici, grigliata e birra, ad un festival stoner rock. Sembra tutto perfetto. Poi il maltempo stravolge i piani. Per fortuna il festival viene spostato in un luogo riparato, senza che questo danneggi l’atmosfera dell’evento.

Il nostro Stones from the Hill inizia dal Rancho Bizzarro. Il loro desert rock strumentale suona meno secco e asciutto rispetto ai primi concerti ai quali avevamo assistito, e sembra aver assorbito l’umidità presente nell’aria fino a gonfiarsi e aver sviluppato nuove forme vegetali sulla sua superficie, nuove sfumature che certamente ne arricchiscono i contorni. La band suona decisamente più potente e compatta, ma anche più rotonda, come un cactus in continua crescita nel deserto americano. Un cactus dal quale gli assoli di chitarra spuntano come spine acuminate e arroventate, e inaspettate aperture evocative sbocciano come fiori.

Mentre intorno a noi continua imperterrito il diluvio, altri suoni del deserto ci accompagnano. Se il Rancho Bizzarro è un cactus, i Tuna de Tierra sono una pianta di peyote. Psicoattivi tanto nelle parti più morbide e avvolgenti, quanto in quelle robuste e obnubilanti, riescono a sollevare vere e proprie dune con i loro suoni sabbiosi, carichi di frequenze medie. Dune nelle quali sembra di impantanarsi da tanto sono dense, ma dalle quali riusciamo a tirar fuori le caviglie grazie ad una batteria davvero potente e carica di groove (rallentato). Per lo più strumentali, convincono però anche nelle rare parti cantante, più libere e sciolte che su disco. Alla fine del loro concerto l’aria pare diventata secca e asciutta, nonostante continui a piovere. Urge una birra.

La birra ce la offrono gli americani High Reeper, con il loro hard rock alcolico che chiude la giornata con un concerto divertentissimo. Fin dal primo riff si capisce che i cinque di Philadelphia abbracciano pienamente la filosofia “You can only trust yourself and the first six Black Sabbath albums”. Il loro mondo si è fermato a metà anni settanta, e io (che a quei tempi non ero ancora nato!) con loro. Stasera non mi interessa ciò che è successo dopo l’uscita di Ozzy dal primo nucleo dei Sabbath. Quello che conta sono i riff obliqui e sottilmente malvagi, che con estrema semplicità ondeggiano creando un groove travolgente. Purtroppo la voce di Zach Thomas non ha la pienezza che mostra su disco, indebolita da un'influenza, che però non gli impedisce di dimenarsi come fosse posseduto dallo spirito del rock n’ roll. Spirito che si impossessa anche di me, ricordandomi che a volte bisogna prendersi del tempo per scapellare meglio.
[R.T.]

 


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Stones From the Hill - V Edition – High Reeper + Tuna de Tierra + Rancho Bizzarro – 01.05.2018 - Secret Show (Cecina, LI)

May 1st: a beautiful sunny day to be spent in the middle of nature, with friends, grilled food and beer, at a stoner rock festival. Everything seems perfect. Then bad weather distorts our plans. Fortunately, the festival is moved to a sheltered place, without damaging the atmosphere of the event.

Our Stones from the Hill starts at Rancho Bizzarro. Their instrumental desert rock sounds less dry than in the first concerts we attended, and it seems to have absorbed the humidity of the air until it swelled and developed new vegetal forms on its surface, new nuances that certainly enrich its shape. The band sounds decidedly more powerful and compact, like a cactus growing in the American desert. A cactus from which guitar solos sprout like sharp and red-hot spines, and unexpected evocative openings bloom like flowers.

While the flood continues undauntedly around us, other sounds of the desert keep us company. If Rancho Bizarro is a cactus, Tuna de Tierra are a peyote plant. Psychoactive both in the softer enveloping parts, as in the robust mesmerizing ones, they manage to lift real dunes with their sandy sounds, rich in medium frequencies. Dunes so dense that it seems to get bogged down inside them, but from which we can pull out the ankles thanks to a really powerful and full of (slowed down) groove drum. Mostly instrumental, they are effective even in the rare vocal parts, more loose than on record. At the end of their concert the air seems to have become dry, although it continues to rain. I need a beer.

The beer is offered by the American High Reeper, with their alcoholic hard rock ending the day with a ultra-funny concert. Since the first riff we understand that the five from Philadelphia fully embrace the philosophy "You can only trust yourself and the first six Black Sabbath albums". Their world stopped in the mid seventies, and I (who in those days I had not yet been born!) with them. Tonight I do not care what happened after Ozzy left Sabbath. What matters are the slanting and subtly evil riffs, which with extreme simplicity sway creating an overwhelming groove. Unfortunately, Zach Thomas voice does not have the fullness it shows on album, weakened by a flue, that anyway does not prevent him from wriggling as if he was possessed by the spirit of rock n 'roll. Spirit that takes possession of me too, reminding me that sometimes you have to take time to better headbang.
[R.T.]



lunedì 28 maggio 2018

Fu Manchu – Clone of the Universe


Fu Manchu – Clone of the Universe
(At the Dojo, 2018)

Se esiste un gruppo che è stato in grado di trasformare in musica la sensazione di velocità e libertà provata da uno skater, quel gruppo sono i Fu Manchu. La band californiana ha trasportato su strada la tavola da surf (con tutto il suo armamentario di melodie luminose e sensazioni psichedeliche) con un’accelerazione sfrenata tipica dell’hardcore e l'aggiunta del puzzo del gas di scarico di qualche assurdo dragster sparato a mille. Il tutto con una passione per le fluide e spettacolari acrobazie che solo l’hard rock settantiano poteva regalare alla tavola. Scott Hill dimostra di possedere ancora il coraggio e la spensieratezza di uno skater adolescente, ma anche l’esperienza di un veterano. Con il dodicesimo disco della sua band, Hill si diverte in una serie di tricks spericolati, magari non inediti, ma comunque spettacolari. La tavola flippa in aria durante i pompatissimi riff stoner di Intelligent Worship, corre sparatissima in una discesa hardcore in Don’t Panic, oppure scivola sinuosa su una halfpipe nella psichedelica e gommosa Slower than Light. Se nella sua prima metà Clone of the Universe è un compendio (esaltante) dello stoner rock californiano degli anni '90, nella sua seconda metà possiede anche parte della fantasia di quei tempi, diventando una surreale cavalcata in una piscina deserta. Nei 18 minuti de Il Mostro Atomico c’è la sensazione di esser entrati di nascosto nel giardino di una villa da un buco nella rete, aver acceso qualche canna ed essersi lanciati (al rallentatore) in rilassate acrobazie in una piscina dai bordi morbidi e tondeggianti. L’heavy psych concepito dai californiani è un insieme di riff di cemento tenuti insieme dagli assoli della chitarra di Alex Lifeson dei Rush (uno che di lunghe suite se ne intende), e che, anche grazie a questo ospite d’eccezione, assume le sembianze di un viaggio interstellare a bordo di un disco volante di un qualche B-movie anni 50. E’ in questi 18 minuti che i Fu Manchu dimostrano di essere ancora quei ragazzini che, con una tavola e una chitarra, erano stati in grado di concepire alcuni dei capolavori dello stoner rock.
[R.T.]
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Fu Manchu – Clone of the Universe
(At the Dojo, 2018)

If there is a band that has been able to turn into music the sensation of speed and freedom experienced by a skater, that band is Fu Manchu. The Californian combo transported the surfboard (with all its paraphernalia of luminous melodies and psychedelic sensations) on the road, with an unbridled acceleration typical of hardcore and the addition of the stink of the exhaust fumes of some absurd dragster running at full speed. All this with a passion for the fluid spectacular acrobatics that only Seventies hard rock could give to the board. Scott Hill proves he still has the courage and carefree attitude of a teenage skater, but also the experience of a veteran. With the twelfth record of his band, Hill has fun in a series of daring tricks, maybe not new, yet spectacular. The board flips in the air during the ultra-pumped stoner riffs of Intelligent Worship, runs fast in a hardcore descent in Don't Panic, or slips sinuously on a halfpipe in the psychedelic Slower than Light. If in its first half Clone of the Universe is an (exciting) compendium of the 90s Californian stoner rock, in its second half it also has got part of the fantasy of those times, becoming a surreal ride in a desert swimming pool. In the 18 minutes of Il Mostro Atomico there is the feeling of having secretly entered in the garden of a house through a hole in the net, having lit some joints and having launched (in slow motion) in relaxed acrobatics inside a pool with soft rounded edges . The heavy psych conceived by the Californians is a set of concrete riffs held together by Alex Lifeson (Rush) guitar solos, and that, thanks to this extraordinary guest, takes the appearance of an interstellar voyage aboard a flying saucer from some 50s B-movie. It is in these 18 minutes that Fu Manchu prove to be still those kids who, with a board and a guitar, were able to conceive some stoner rock masterpieces.
[R.T.]

mercoledì 23 maggio 2018

Earthless - Black Heaven


Earthless - Black Heaven
(Nuclear Blast, 2018)

Un negozio di dischi che diventa un punto di riferimento per tutti quelli che si sentono fuori contesto e fuori moda. Questo luogo, dove musicisti ed ascoltatori si incontrano e si scambiano idee, è il primo nucleo di quella scena che nell'arco di pochi anni ha reso San Diego la "nuova alba" della rinascita hard psichedelica. I due gestori del negozio (Mario Rubalcaba e Mike Eginton), insieme ad un talentuoso chitarrista (Isaiah Mitchell), mettono in musica la loro passione per un rock improvvisato, fantasioso, esplosivo e privo di limitazioni, sotto il nome Earthless. Dopo aver riportato il rock alla sua essenza grezza e viscerale, attraverso lunghe divagazioni dilatate, sinuose e lisergiche, ispirando un'intera generazione di musicisti della città californiana, gli Earthless tornano sulla Terra con Black Heaven. Le canzoni perdono quel pulviscolo cosmico che rendeva imprevedibili i contorni dei dischi passati, suonando adesso compatte, decise e robuste (meno Guru Guru e più Led Zeppelin). La traiettoria seguita dalla navicella spaziale è più diretta e lineare che in passato, per quanto i raggi cosmici della chitarra e le esplosioni solari della sezione ritmica deformino costantemente il tragitto. Una tappa intermedia al Rancho de la Luna per respirare l'aria del deserto terrestre e fare il pieno di combustibile heavy blues e poi il trio riparte a tutta velocità (e a tutto groove). Ma la cosa che ha cambiato maggiormente il modo di viaggiare del trio è la presenza di un essere umano alla guida dell'astronave. La splendida voce nasale di Isaiah Mitchell è il segreto che gli Earthless nascondevano negli abissi cosmici (e in passato mostravano solo raramente). Riportare questo comandante sul nostro pianeta significa tornare in quel negozio di dischi, ben piantato in un luogo preciso del pianeta Terra, dal quale tutto è cominciato. Un viaggio di ritorno che possiede la forza e l'ispirazione di chi ha intravisto un mondo diverso al largo dei bastioni di Orione, e corre a dirlo agli amici, ancora intenti a decollare.
[R.T.]
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Earthless - Black Heaven
(Nuclear Blast, 2018)

A record store that becomes a point of reference for all those who feel out of context and out of fashion. This place, where musicians and listeners meet and exchange ideas, is the first nucleus of that scene that in a few years made San Diego the "new dawn" of hard psychedelic rebirth. The two store managers (Mario Rubalcaba and Mike Eginton), along with a talented guitarist (Isaiah Mitchell), bring to music their passion for improvised, imaginative, explosive rock with no limitations, under the name Earthless. After bringing rock back to its raw visceral essence, through long dilated, sinuous and lysergic ramblings, inspiring an entire generation of Californian musicians, Earthless return to Earth with Black Heaven. Songs lose that cosmic dust that made the contours of the past records unpredictable, playing now compact and direct (less Guru Guru and more Led Zeppelin). The trajectory followed by the spacecraft is more direct and linear than in the past, although the cosmic rays of the guitar and the solar explosions of the rhythmic section constantly deform the route. An intermediate stop at Rancho de la Luna to breathe the air of the terrestrial desert and fill up with heavy blues and then the trio leaves again at full speed (and all groove). But what really changed the way the trio travels is the presence of a human being driving the spaceship. Isaiah Mitchell's beautiful nasal voice is the secret Earthless hid in the cosmic abysses (and that in the past they only rarely showed). Bringing this captain back to our planet means going back to that record store, in a specific place on planet Earth, from which it all began. A return journey that has the strength and inspiration of those who have glimpsed a different world off the bastions of Orion, and tell it to friends, still intent on taking off.
[R.T.]

venerdì 18 maggio 2018

Humulus – Reverently Heading into Nowhere


Humulus – Reverently Heading into Nowhere
(Taxi Driver, Oak Island Records, 2017)

Ci sono convivenze apparentemente naturali, ma che per un motivo o per un altro non riescono a svilupparsi. E’ il caso di due generi cardine del rock alternativo degli anni '90: il grunge e lo stoner. Nati e sviluppatisi in contesti molto diversi e con opposte poetiche e visioni della vita, raramente hanno dato vita ad una unione fruttuosa, nonostante le evidenti affinità stilistiche. Di rado l’introspezione disillusa di Seattle ha convissuto con l’energia e la "spiritualità" dei deserti californiani. Colpisce quindi subito Reverently Heading into Nowhere, secondo disco degli Humulus in cui la voce caldissima e profonda di Andrea Van Cleef (che richiama tanto Mark Lanegan quanto Mark Sandman) si insinua in riff pompatissimi e giganteschi che si muovono al rallentatore in puro stile stoner doom. Un gusto per la melodia inatteso in un genere spesso focalizzato esclusivamente sul tiro e sul potere allucinogeno delle divagazioni psichedeliche (qui reinterpretate con efficace semplicità e senso della misura). Caratteristiche queste che non mancano certo nella musica della band lombarda, ma che sono impreziosite da melodie mature e malinconiche che confermano quanto i due generi citati possano convivere con risultati davvero coinvolgenti.
[R.T.]
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Humulus – Reverently Heading into Nowhere
(Taxi Driver, Oak Island Records, 2017)

There are apparently natural cohabitations, yet for some reasons they cannot develop. It is the case of two fundamental genres of 90s alternative rock: grunge and stoner. Born and developed in very different contexts and with opposite poetic and visions of life, they seldom gave birth to a fruitful union, despite the obvious stylistic affinities. Rarely Seattle disillusioned introspection coexisted with the energy and "spirituality" of California deserts. So you are immediately impressed by Reverently Heading into Nowhere, second record of the Humulus in which Andrea Van Cleef warm deep voice (recalling Mark Lanegan as much as Mark Sandman) insinuates into pumped up gigantic riffs moving in slow motion in pure stoner doom style . An unexpected taste for melody in a genre often exclusively focused on groove and hallucinogenic power of psychedelic digressions (here reinterpreted with effective simplicity and sense of measure). These features are certainly not lacking in the music of the Lombard band, but they are enhanced by mature melancholy melodies that confirm how the two mentioned genres can live together with truly engaging results.
[R.T.]